(6 mar ) Imprenditore, magnate, benefattore. Un personaggio complesso e contraddittorio, amato e criticato, pronto a donare ingenti somme di denaro al suo Paese natale e a realizzare grandi opere per quel Paese, il Venezuela, che invece lo ospitò e dove trovò fortuna e benessere. Dove divenne ricco. Anzi ricchissimo. Filippo Gagliardi non era un emigrante qualsiasi: nel 1927 giunto a Caracas, riuscì a costruirsi un ingente patrimonio e nel giro di pochi anni divenne uno degli uomini più ricchi del sud America. “Mio zio era un uomo sui generis. Straordinario. Un uomo coraggioso e intelligente che ha conosciuto la povertà e i sacrifici, così come il successo e i soldi” racconta Felice De Martino, autore del libro “La Repubblica Dei Gigli Bianchi” dedicato proprio a Gagliardi. “Negli anni cinquanta e sessanta – aggiunge lo scrittore campano – investì gran parte del suo patrimonio in opere pubbliche per la sua terra d’origine, nel salernitano, dove fece costruire acquedotti, case, cattedrali. Nel 1953 poi, donò 25 milioni di lire per gli alluvionati del Polesine senza dimenticare la donazione di 100.000 dollari per quelli di Salerno, nel ’54. Era difficile – spiega De Martino – che in quegli anni un uomo del sud Italia riuscisse a mandare tutti quei soldi al nord”. Il successo di Gagliardi, gli anni d’oro furono tra il ‘54 e il ’58, si arrestò alla caduta del dittatore venezuelano Marcos Pérez Jiménez. Filippo Gagliardi morì giovane, nel 1967, tuttavia il ricordo di questo personaggio menzionato in un suo libro perfino dal Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez e rievocato nel lavoro dei giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo dal titolo “La deriva”, oggi è vivo più che mai tra i suoi conterranei ed è vivo anche nel mondo virtuale, visto che su Facebook c’è una pagina a lui dedicata realizzata proprio dal suo fan club. “Tracce” del magnate italo- venezuelano chiamato Don Felipe, sono tangibili tuttavia proprio in Venezuela: c’è uno svincolo autostradale sulla Caracas – La Guaira, la strada che collega il principale porto del Venezuela all’aeroporto della capitale, che fu realizzato proprio da Gagliardi e che Gagliardi volle chiamare con il nome del suo paese natio, Montesano. “Fece tanta beneficenza ed era molto legato alle sue radici. Fu un esempio positivo per i poveri emigranti del sud Italia che arrivati in Venezuela vedevano in lui un punto di rifermento – racconta De Martino – progettò e regalò acquedotti, case, scuole in Italia così come in America del Sud. Ebbe inoltre le chiavi della città di Philadelphia e fu insignito della Stella d’Italia al valore civile”. Nel suo libro De Martino racconta quello che è il sogno di tutti gli emigranti, “la fortuna, la ricchezza” e di come il suo “zio d’America” abbia segnato la sua infanzie e adolescenza: “E’ stato il mio mito. Simboleggiava l’uomo che ‘tutto poteva’. Ha fatto molto per l’Italia e per il Venezuela. Eppure è andato incontro a difficoltà e impedimenti. Sono convinto però, che se rinascesse oggi ‘Don Felipe’ farebbe tutto daccapo”. (Gil)

