Bersani ha da poco incassato un successo. Monti e il ministro Fornero gli hanno dato ascolto, introducendo nel testo del decreto, ora all’esame del Parlamento, la possibilità di reintegro nel posto di lavoro quando il licenziamento si basa su motivi economici “manifestamente insussistenti”. Quella con Vanity Fair, in edicola domani, è quindi un’intervista meno amara del previsto, dove il segretario del Pd, tra riflessioni su riforma del lavoro e tracollo della Lega – “Non ci sto a essere messo nel mucchio: da quando il Pd è nato, si fa certificare i bilanci da una società di revisione, la stessa che certifica la Banca d’Italia” – trova anche il tempo di scambiare qualche battuta. Le sue famose metafore imitate da Crozza – “Non stiamo mica qui a pettinar le bambole” – sanno di marketing. “È un linguaggio che ho studiato. Mica parlavo così, quando avevo 25 anni”. Come parlava? “Filosofese. Ma a forza di scarpinare tra i paesi di montagna – vengo da Bettola – ho capito che uno deve stare al di sotto delle sue solennità. Le metafore sono un modo democratico per tradurre in modo accessibile un concetto complesso. Poi ce ne sono tante che in tv non posso dire. Quelle un po’ hard”. Metafore hard? Me ne dica una. “Non posso. Ne avrei una per descrivere le sette ore e mezzo di incontro con Monti sull’articolo 18, ma non si può”. Era spiritoso anche da giovane? “Più di quanto sembrassi: appena mi parlavi veniva fuori la mia natura da paese”. Piaceva alle ragazze? “Grossi problemi non ne ricordo. Piacevo, ma senza esagerare”. Ancora oggi piace. “Mi fa molto molto piacere. Una volta Sgarbi ha detto: ‘Bersani secondo me non si ricorda neanche di essere pelato’. Aveva proprio ragione”. Quando torna a Bettola, com’è accolto? “Sono ancora il figlio di Bersani, il meccanico, un’autorità, altro che ministro”. Da figlio di meccanico a ministro e segretario di partito. Un bel passo avanti, anche dal punto di vista delle possibilità. “Ricco non direi: con le regole che avevamo nel Pci, il mio stipendio era equiparato a quello dei metalmeccanici. Poi le cose sono cambiate, ho avuto stipendi più che buoni, ma tra mantenimento a Roma e contributi al partito ce n’era giusto per fare le figlie e mantenerle più che bene”. Non si è comprato neanche una casa? “No, la casa di famiglia è di mio suocero. Di mio ho solo l’appartamentino a Bettola dove vivevano i miei”. Che effetto le ha fatto il terremoto che ha travolto Umberto Bossi? “Ho denunciato sempre con forza, e davanti agli elettori leghisti, il drammatico allontanamento della Lega dalle sue motivazioni originarie. Se ricominceranno da lì, potranno esistere ancora”. (Red – 10 apr / Fonte: La7)
