(16 apr) A Singapore vivono cinesi, malesi, indiani. La città accoglie più di 10 milioni di visitatori l’anno e rappresenta un punto strategico per gli scambi commerciali tra Asia e Europa. Sorprende per la sua atmosfera particolare, un incontro tra la cultura occidentale e quella orientale, è apprezzata da chi ama lo shopping, ma soprattutto è una città amata per la sua cucina. O meglio, per le sue cucine: frutto dell’incontro di diverse tradizioni culinarie. A Singapore è possibile gustare anche la cucina italiana: il meglio del made in Italy, è protagonista, infatti, nei piatti dei migliori ristoranti della città. A confermarlo è Michele Cuozzo, quarantenne chef campano che vive a Singapore dal 1994. “Qui la vita è molto accelerata, veloce, svelta. Tutti sono alla ricerca del successo: io cerco di vivere una vita normale, lavorando al meglio e ritagliando piccoli spazi anche solo per me stesso”. Cuozzo lavora alla trattoria e pizzeria “Capri”: tra il tipico forno a legna e le classiche piastrelle in ceramica dipinte a mano, raffiguranti la bella costiera amalfitana, il ristorante offre tutti i classici della cucina italiana. Dalla pizza margherita ai ravioli, dal pesce fresco ai piatti rustici, senza dimenticare le torte o liquori caratteristici come il limoncello. Anche il capo cucina italiano, originario di un paese in provincia di Salerno, ha incontrato in questi anni tanti “nuovi emigranti”. “Mi capita spesso di conoscere giovani italiani partiti alla ricerca di ‘fortuna’. Molti sono arrivati qui già con un bagaglio di esperienze alle spalle, altri un po’ all’ ‘avventura’. I primi si sono ambientati al meglio mentre gli altri hanno trovato difficoltà, magari difronte a leggi e regole da rispettare e diverse dal nostro Paese”. “Qualcuno poi – aggiunge lo chef con un pizzico di delusione – ha perso un po’ dei valori della nostra patria”. “Io – conclude Michele – mi vedo qui di passaggio. Penso di fermarmi altri dieci anni. Tuttavia penso sia meglio ‘mai dire mai!”. Anche Michele, all’inizio della sua nuova avventura, è andato incontro a qualche difficoltà: “L’approccio con differenti culture a volte può essere accompagnato da malintesi e fraintendimenti. Mi è capitato qualche volta di non sentirmi compreso. Dopo un po’ però, ho capito che dovevo essere io ad adeguarmi ad usi, tradizioni, abitudini, costumi. Mi sono ‘adattato’ al meglio ed è giusto che sia così”. (Gil)
