L’AMORE SECONDO VÉRONIQUE OVALDÉ
Sudamerica, 1997. Sono passati vent’anni dal lieto fine della favola in cui il principe Gustavo ha sposato Vida, la bella giovane di campagna, salvandola da un luogo primitivo per portarla in un castello in città. Oggi Gustavo e Vida, dopo una breve assenza, scoprono che qualcuno è entrato nella loro villa e ci ha abitato per giorni. Il placido tenente Taibo viene chiamato a indagare sul caso. E a poco a poco diventa il confidente di Vida, di cui scoprirà la disperata solitudine, aggravata dalla fuga senza tracce della figlia diciannovenne Paloma, che è scappata con Adolfo, affascinante quanto misterioso giovanotto, e probabilmente vive con lui alla giornata, occupando i “nidi” degli altri. Vida e Taibo si mettono così sulle tracce dei due ragazzi tornando al paese di lei, di cui è originario anche Adolfo. E la loro ricerca diventa una nuova fuga, un ritorno al passato che apre strade a un futuro diverso per tutti. È questa la storia di “Vivere come gli uccelli” (Ponte delle Grazie; euro15,90; pp. 224), scritto dalla francese Véronique Ovaldé. L’autrice, nata nel 1972, vive a Parigi ed è considerata una tra le voci più originali della nuova narrativa francese. Ha pubblicato diversi romanzi tradotti in tutto il mondo, tra cui “Gli uomini in generale mi piacciono molto”, “Stanare l’animale” e il pluripremiato “E il mio cuore trasparente”, pubblicati in Italia da Minimum Fax. Con “Quello che so di Vera Candida” si è aggiudicata il premio Roma per la letteratura straniera 2011, il prix Renaudot des Lyceéns 2009, il prix France Télévisions 2009 e il Gran premio delle lettrici di Elle 2010. (PO / Naf)
PERCHÉ PAGARE LE TANGENTI È RAZIONALE MA NON CONVIENE
“Scusi, lei ruba? No? Ecco, neanch’io. Siamo già in due”. Così Piercamillo Davigo, vent’anni dopo Mani pulite, la grande inchiesta di cui è stato uno dei protagonisti, ha risposto all’adagio qualunquista secondo cui “tutti rubano”. E se per rovesciare la tendenza generale e imporre nuovi comportamenti improntati alla legalità e alla moralità si ripartisse proprio da qui? Da quel gruppo minoritario che si è dato regole virtuose e che non ruba, non paga tangenti né le riceve? È la proposta che Armando Massarenti prova a sviluppare nei saggi che compongono il volume “Perché pagare le tangenti è razionale ma non conviene” (Guanda; euro 12; pp. 144). Il primo saggio potrebbe anche chiamarsi “il dilemma del pizzo” e riassumersi nell’affermazione che dà il titolo al libro. Come uscire da un simile paradosso? Convocate da Massarenti, vengono in aiuto le principali idee della filosofia politica contemporanea, dall’estremismo libertario di David Friedman alle posizioni assai più liberal di Amartya Sen, fino alla teoria dei giochi di Robert Aumann. Lo fanno, secondo lo stile dell’autore, in riflessioni brevi e incisive, che permettono ai lettori di darsi conto delle questioni affrontate e di riflettere con la propria testa, suggerendo temi originali e invitando a una giusta dose di ironia, al riparo da ogni inutile moralismo. Armando Massarenti è responsabile del supplemento culturale “Il Sole 24 Ore Domenica” ed è direttore per Mondadori Università della collana Scienza e filosofia. (NAF)
LA NUOVA ANTOLOGIA DI INEDITI DI CHARLES BUKOWSKI
Dopo “Azzeccare i cavalli vincenti” ecco una nuova antologia di inediti dedicata a uno dei personaggi più irriverenti del panorama letterario del ventesimo secolo: Charles Bukowski. Di “Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze” (Feltrinelli; euro 17; pp. 320) Tom Waits ha detto: “Dalle sue dita uscivano carbone e diamanti. Con questo libro si fa il pieno di Bukowski. Leggete e piangete”. Sfogliando le pagine di questa raccolta si sente il ticchettio furioso e disperato della macchina da scrivere del vecchio Hank. L’intimità della scrittura ci catapulta nella sua stanza ammobiliata tra mozziconi di sigaretta, bicchieri rovesciati e donne folli. Trascorriamo cinquant’anni di storia americana con uno degli autori più trasgressivi del novecento. Bieca oscenità, sarcasmo abrasivo, saggezza sboccata, sereno cinismo, poesia, alcol, sesso, musica classica come solo Bukowski sa mischiare. (Naf)
PER LUCA MANZI IL DESTINO È UN TASSISTA ABUSIVO
Giorgio Correnti vive in una periferia romana di acquedotti e binari, dividendosi tra lo studio dell’arte medievale, le supplenze in una scuola superiore, i cornetti del bar del Zozzo e illuminanti viaggi in treno verso Milano per collaborazioni inconsistenti quanto prestigiose. Nella sua precarietà esistenziale non mancano poche ma granitiche certezze: i passaggi in macchina del fratello Mario, un ventitreenne grunge post-hippy che ha redatto sul suo taccuino le tavole della legge uomo-donna; il salotto contaminato di Davide, il vicino che calcola algoritmi per una società di telefonia e che, tra un’ottomana bellissima e un bidet scollegato dai tubi, gli racconta di una donna che a rigor di logica matematica potrebbe anche non esistere; le occasioni del giovialissimo professor Abernati, che lo coinvolge in eventi accademici del calibro di Pitcha te stesso; le udienze con Zanbesi, il luminare che dischiude a Giorgio le porte di una vacanza in barca che gli cambierà la vita… Ma come sempre, mentre tu aspetti che il destino bussi delicatamente da una parte, lui arriva dall’altra e ti stana coi lacrimogeni. È questo il plot di “Il destino è un tassista abusivo” (Rizzoli; euro 16,50; pp. 360), scritto da Luca Manzi, sceneggiatore e insegnante alla Cattolica di Milano. (Naf)
IL MEGLIO DI OGNI SOCIETÀ DIETRO LA STORIA DEI GIARDINI
Il primo giardino è quello dell’uomo che ha scelto di interrompere le proprie peregrinazioni. Non c’è un tempo giusto per questa tappa, nella vita di un uomo o di una società. Il primo giardino è alimentare. L’orto è il primo giardino. È atemporale poiché non soltanto fonda la storia dei giardini, ma la attraversa e la segna profondamente in ogni suo periodo. Il primo giardino è un recinto. Conviene proteggere il bene prezioso del giardino: la verdura, la frutta, e poi i fiori, gli animali, l’arte di vivere, quello che, col passare del tempo, continuerà a sembrarci il “meglio”. “Breve storia del giardino” (Quodlibet; euro 14,50; pp. 144) è quindi la storia della maniera di interpretare il meglio che, a seconda dei modelli di civiltà, determinerà lo stile dei giardini. La nozione di meglio, di bene prezioso, è in continua evoluzione. La scenografia destinata a valorizzare il meglio si adegua al cambiamento dei fondamenti del giardino, ma il principio del giardino rimane costante: avvicinarsi il più possibile al paradiso. L’autore Gilles Clément (1943), docente presso l’École Nationale Supérieure du Paysage de Versailles e scrittore, ha influenzato con le proprie teorie e con le proprie realizzazioni un’intera generazione di paesaggisti europei. (NAF)
IL ROMANZO DI JUDY BUDNITZ TRA FIABA E REALTÀ
“Sono nata in tempi violenti”, racconta Ilana, la protagonista di “L’altro colore dell’inverno” (Alet; euro 16; pp. 304), e dev’essere proprio vero se la notte in cui nacque al posto della levatrice bussarono alla porta i briganti. Nel suo villaggio, dove tutto è sepolto nella neve e i colori sono una specie di miracolo, Ilana cresce piccola e leggera come una bestia selvatica. Potrebbe scappare veloce nella neve quando un giovane brigante dagli occhi di ghiaccio le rivolge la parola nel folto della foresta bianca, e invece sarà proprio lui a cambiare per sempre il suo destino, donandole un gioiello talmente prezioso da sembrare fatato: un minuscolo uovo “coperto di pietre che brillavano come fuoco e ghiaccio”, al cui interno si scorge un paesaggio meraviglioso, fatto di castelli e giardini. La promessa rappresentata dal misterioso oggetto e la crudele fine del ragazzo la spingono a intraprendere un viaggio avventuroso fatto di incontri sorprendenti, in un sottile equilibrio tra realtà e fiaba. L’autrice Judy Budnitz è nata nel 1973 e vive a San Francisco con il marito e il figlio piccolo. Secondo la rivista “Granta” è una dei 22 migliori scrittori della nuova generazione Usa. (NAF)
