(14 mag) “Professionalmente noi italiani all’estero ci facciamo valere. Siamo competitivi, preparati, ambiziosi. In più tutti ci invidiano lo spirito di iniziativa, la nostra allegria e il buonumore”. Matteo Polleschi ha poco più di trent’anni, lavora all’estero come tanti suoi coetanei: è product manager presso Sophia Antipolis, un “parco tecnologico” che si trova tra le città francesi di Nizza e Cannes “con focus IT/biomedicale in Costa Azzurra”. “Il mio ruolo – racconta l’ ingegnere aerospaziale – è quello di gestire il ciclo di vita del prodotto: il software usato dalle agenzie di viaggio online per far vedere le combinazioni dei voli, capire negli incontri coi clienti e nelle statistiche di utilizzo quali nuove caratteristiche implementare, partecipare alle offerte di vendita, fare analisi di marketing”. Il polo tecnologico dove lavora Polleschi ospita aziende soprattutto di informatica, elettronica, telecomunicazioni, biotecnologie e farmacologia. Matteo non si definisce un giovane “cervello in fuga” e sottolinea: “In generale è sbagliato definire ‘eccellenze’ tutti coloro che lavorano all’estero. Chi decide di emigrare è una persona ‘normale’. Va però assolutamente detto che la nostra preparazione è di livello molto alto e generalmente noi italiani siamo bravi e carichi di energia. Nella forza lavoro internazionale siamo decisamente tra i migliori”. Polleschi ha deciso di lasciare la sua città, “la mia amata, odiata, bellissima e immobilissima La Spezia”, prima per andare a studiare ingegneria aerospaziale al Politecnico di Torino, poi per fare un’esperienza di studio all’estero: “Ho lavorato alla mia tesi in California – racconta – all’Università di Berkeley: la seconda al mondo per ingegneria dopo il Mit. Dopo la laurea ho avuto la fortuna di essere ammesso all’Mba della Scuola di Alta Formazione al Management – College des Ingenieurs, un master di formazione manageriale che mi ha fatto capire qual era la mia strada in campo professionale”. Polleschi dice che all’estero “vive benissimo”: “Io amo viaggiare e scoprire culture nuove, quindi, per me, è un po’ un imperativo stare fuori. Credo che il fenomeno di oggi, quello che viene definito ‘nuova emigrazione’, sia qualcosa di inevitabile: in Italia è molto difficile trovare lavoro, senza contare che di solito gli stipendi sono nettamente inferiori a quelli europei . Ma non è solo questo – aggiunge l’ingegnere spezzino – in Italia le imprese non innovano, quindi si tratta di un posto un po’ ‘morto’ per chi vuole creare qualcosa. Capitalismo relazionale nelle grandi aziende e zero innovazione nelle medio-piccole (parlo ovviamente in generale) rendono l’Italia poco interessante per chi è proattivo”. Matteo che all’estero ha trovato lavoro e soddisfazioni, e che a parte “la mancanza dello stracchino” , aggiunge scherzando, non ha incontrato grandi difficoltà non esclude che un giorno tornerà nel suo Paese. Anzi: “Tornerò quasi sicuramente in Italia, dopo che avrò visto abbastanza del mondo e se sarò stato in grado di creare qualcosa di mio – confessa entusiasta – vedo un certo vento di rinnovamento, incubatori di impresa e startup nascono come funghi nello stivale, la sensazione è che la mia generazione cambierà il mondo in meglio, data la nostra apertura internazionale e il maggiore spirito di comunità”.(Gil)
