Il problema in Italia non è solo l’emergenza occupazione, ma anche che la dimensione del benessere è da troppo tempo avulsa dal lavoro. Il messaggio, forte e chiaro, è stato lanciato dalla terza giornata di Terra Futura, mostra convegno delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale, che si chiude oggi alla Fortezza Da Basso di Firenze. Gli ultimi dati Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico) collocano il Belpaese al ventiduesimo posto nella classifica su 36, per il livello di benessere misurato su venti indicatori in undici categorie, fra cui soddisfazione nei confronti della propria vita, equilibrio lavoro-famiglia, ambiente, sicurezza, salute, educazione. Una classificazione che finalmente supera il parametro del Pil come unico metro per la misura della qualità della vita. Il prodotto interno lordo – come da più parti da anni si sta sottolineando con forza – esclude infatti elementi chiave relativi non solo al benessere personale di un individuo, ma anche al suo appartenere alla comunità. Un’incompletezza che si palesa in tutta la sua chiarezza, soprattutto nella dimensione del lavoro. “La separazione fra benessere e lavoro non è attribuibile e cause ontologiche, e non è sempre esistita” ha spiegato l’economista Luigino Bruni. “Siamo convinti che il dibattito sulla felicità possa ‘iniziare’ solo una volta finite le ore di lavoro, confinando così nel tempo libero elementi importantissimi della nostra esistenza quali la qualità dei rapporti amicali, la famiglia, i beni relazionali. Dobbiamo liberarci da questo vizio di fondo per riuscire a reimmaginarci una vita lavorativa che funzioni, in cui siamo felici”. Ma come si misura il benessere lavorativo, oggi, in tempo di crisi? Per farlo, occorre tornare indietro nel tempo, all’‘antica verità’ secondo cui la motivazione del lavoro è intrinseca al lavoro stesso: “L’idea per cui si lavora bene solo e se in quanto pagati, un concetto tipicamente economico che nasce nel Novecento – ha continuato Bruni -, sta deteriorando la cultura delle professioni e dei mestieri con cui è stata costruita l’Europa. La remunerazione è importante, ma non è la motivazione, si tratta di due piani diversi. Dobbiamo tornare all’etica della virtù del lavoro, riscoprirne la vocazione intrinseca”. (Red – 27 mag)
