VERGOGNA, LA METAMORFOSI DI UN’EMOZIONE
“Si dice spesso che si è perso il senso della vergogna o che qualcuno è ‘senza vergogna’. Ma le emozioni non scompaiono, tutt’al più si trasformano con il mutare delle sensibilità delle società”. Attraverso l’analisi di fatti di cronaca, testi letterari, film e interviste, Gabriella Turnaturi, sociologa, analizza nel suo nuovo libro “Vergogna. Metamorfosi di un’emozione” (Feltrinelli, 18 euro) come nella società contemporanea la frammentazione dell’insieme sociale, la spettacolarizzazione, l’iperindividualismo misto al nuovo conformismo del “così fan tutti” hanno dato vita a una vergogna “fai-da-te”. “Quanto più una società è coesa tanto più circola in essa la vergogna che funziona come un’emozione sentinella del legame sociale – si legge nell’introduzione del volume – mentre quando, come accade quasi ovunque nel mondo occidentale negli ultimi tempi, poco ci si vergogna individualmente e istituzionalmente, ci troviamo di fronte a un segnale evidente di frammentazione dell’insieme sociale, di una scarsa legittimazione istituzionale e alla caduta non solo di norme condivise, ma anche di ideali ed aspirazioni comuni”. “Ci si vergogna sempre meno delle proprie azioni e sempre più di una cattiva prestazione, temendo di risultare inadeguati nell’esibizione di sé – spiega Gabriella Turnaturi – In alcuni contesti sociali, per esempio, ci si vergogna di non avere un vestito firmato. In altri ambiti ci si vergogna della propria nazione, come dimostra l’espressione ‘Not in my name’”. “Ma – conclude la sociologa lasciando aperta una speranza – della vergogna si può fare anche un buon uso: la vergogna può avere una funzione preventiva positiva e può diventare un motore per portare all’indignazione e alla volontà di cambiare le cose. Come diceva Marx, la vergogna è già una rivoluzione”.
(Fca)
DALLA DANIMARCA UNA STORIA SULL’IMMIGRAZIONE CHE COINVOLGE ANCHE L’ITALIA
“L’immigrato” (Iperborea; euro 17,50; pp. 456) di Olav Hergel, scrittore e giornalista danese, racconta la storia di Zaki el Aziz, un giovane marocchino emigrato con la sua famiglia a Copenaghen che rimane coinvolto nell’omicidio di un buttafuori. I media, tra verità e mezze verità, puntano subito i riflettori sul delitto. Tra i giornalisti che si occupano del caso, che si sta imponendo all’attenzione dell’opinione pubblica come l’ennesimo episodio di criminalità legata all’immigrazione, c’è la ex free lance Rikke che, suo malgrado, rimarrà sempre più coinvolta nella vicenda. “La storia dell’immigrazione in Danimarca è anche una storia su un paese che pensava di essere il migliore, il più tollerante e con le persone più umane del mondo. Ma non lo eravamo. Trecentocinquntamila musulmani venendo in Danimarca, nel corso di 40 anni, ci hanno mostrato che non eravamo migliori di chiunque altro”, racconta l’autore. E sulla situazione del nostro paese afferma: “In Italia la situazione è più seria, per una questione meramente geografica. Il più forte valore europeo è il rispetto per l’individuo. Dal mio punto di vista la più grande sfida per l’Italia, così come per la Danimarca, è provare a vivere in questo valore. Se perdiamo di vista questo valore essenziale perdiamo noi stessi e i valori che hanno fatto ricchi e di successo i nostri paesi. Ma se devo essere onesto sono felice che la Danimarca non sia posizionata, nella cartina geografica, vicino all’Africa come l’Italia. Voi dovete confrontarvi con problemi che sono enormemente più seri se comparati ai nostri”. Il romanzo, scritto tutto in terza persona, ha un narratore che segue da vicino diversi personaggi, riuscendo ad intrecciare insieme in un’unica, appassionante storia, differenti punti di vista. “La parola chiave è il dubbio – racconta Hergel -. Io voglio mostrare i problemi causati dall’immigrazione secondo differenti occhi. Anche perché è molto difficile riuscirci”. L’autore prosegue spiegando che “se si prende l’attuale situazione economica e si guarda al tasso di disoccupazione giovanile, troverete migliaia e migliaia di immigrati. Ma questi giovani migranti non vedranno solo la disoccupazione. Vedranno anche una discriminazione e, se si tratta di discriminazione o meno, loro saranno arrabbiati. E niente è più pericoloso per una società di giovani arrabbiati. Diventeranno criminali e si rivolteranno contro il loro nuovo paese e proveranno a cercare una risposta nella loro religione e nel loro background”. Nel romanzo è evidente il potere dei media di modificare la realtà. “Come scrittore posso dire francamente che il mio obbiettivo è cambiare alcune cose nella società – prosegue Hergel -. Io sono senz’altro uno scrittore con degli obiettivi politici. Alcuni pensano che gli scrittori con questo genere di messaggio non siano realmente degli scrittori. Io devo convivere con questa opinione ma personalmente posso scrivere qualcosa solo quando sento che è veramente necessaria per un cambiamento”. (Naf)
LA REPUBBLICA PARALLELA DI FORGIONE, IN 40 ANNI DI STORIA CALABRA E ITALIANA
Nel suo ultimo libro, “Porto Franco” (Dalai editore; euro 18; pp. 416), Francesco Forgione viaggiando tra presente e passato riesce a raccontare con ironia spietata oltre 40 anni di storia calabra e italiana, dai moti di Reggio del 1970, al centro siderurgico inaugurato da Andreotti e mai costruito, fino agli anni dell’ultimo governo Berlusconi. Quasi mezzo secolo in cui la ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro sotto l’egida dei Piromalli ha saputo compiere una grande trasformazione, intrecciando rapporti duraturi con la massoneria, i servizi deviati e una politica sempre più asservita. Una “repubblica” parallela che incrocia gli anni della strategia della tensione, gli albori della Fininvest in Calabria, la nascita del porto di Gioia Tauro, e arriva alle bombe di Reggio del 2010 e allo sbarco in Lombardia. L’autore Francesco Forgione, 50 anni, calabrese, è stato presidente della Commissione Parlamentare Antimafia dal novembre 2006 al febbraio 2008. Dal 1996, per due legislature, è stato deputato e capogruppo parlamentare di Rifondazione comunista all’Assemblea regionale siciliana, e componente della Commissione regionale antimafia e della Commissione per la trasparenza nella pubblica amministrazione. Da settembre 2008 insegna Storia e Sociologia delle orga-nizzazioni criminali all’Università degli Studi de L’Aquila. (Naf)
LA STORIA D’AMORE TRA GÜNTHER ANDERS E HANNAH ARENDT
Ogni tanto nella storia si combinano strane costellazioni di eventi e incontri. A guardare indietro, con gli occhi smaliziati di chi sa com’è andata a finire, sembrano quasi impossibili. Così nel 1925, in quella Germania che è ancora il cuore della cultura europea, ma sta rapidamente correndo verso il baratro della catastrofe nazista, Günther Anders, fresco della sua dissertazione con Edmund Husserl, e la giovane studentessa di filosofia Hannah Arendt si conoscono a Marburgo, dove seguono entrambi il seminario di Martin Heidegger sulla “Critica della ragion pura”. Si incontrano di nuovo solo nel 1929, questa volta a Berlino, in occasione di un ballo in maschera. Si sposeranno subito dopo, precipitosamente, per separarsi poi già nel 1937. Lei avrebbe in seguito ricordato il matrimonio con Günther come la fuga dal grande e impossibile amore della sua giovinezza, quello per Martin Heidegger. Per Günther, invece, Hannah sarebbe sempre rimasta il primo, forse l’unico vero amore di tutta una vita. Nel Natale del 1975, all’indomani della morte di Hannah, Günther riprende in mano gli appunti degli anni berlinesi trascorsi con lei; è soltanto tra il 1984 e il 1985 che prende la sua forma definitiva questo testo. “La battaglia delle ciliegie” (Donzelli; euro 16; pp. 155), pubblicato per la prima volta in edizione italiana, pressoché in contemporanea con l’uscita tedesca, è stato scritto sull’onda del dolore per una perdita che la lunga separazione non ha reso meno amara, e rimasto da allora nel segreto delle carte andersiane. (Naf)
“ESSERE BOB LANG”: TRA THRILLER E METALETTERATURA
In “Essere Bob Lang” (Hacca; euro 14; pp. 232) il lettore viene catapultato in un perfetto meccanismo thriller, con protagonista Bob Lang, giornalista d’assalto, e lo scenario di Cipro dove servizi segreti, mafia russa e avventurieri assortiti sono a caccia di una preziosa icona greca, combattono una guerra senza quartiere, e dove non manca, come vuole questo genere narrativo, una donna splendida e sensuale. Una donna di sicuro molto diversa da Susy, moglie di Marco, il vero protagonista del romanzo, padre di un bambino (Ernesto, come Hemingway), impiegato di banca, scontento del trantran familiare, nello scenario della Roma di oggi, gran sognatore, capace di trasformare ogni persona e ogni episodio della sua normalità in un particolare del romanzo che sta scrivendo, con la giusta stilizzazione ed “esagerazione”, quello con Bob Lang e il suo amico Vasco Carena, anziano scrittore di successo. In questa maniera, Diego Zandel racconta due romanzi appassionanti: la vita dell’insoddisfatto bancario Marco e l’avventura dell’eroico Bob. L’autore è nato nel campo profughi di Servigliano, nelle Marche, da genitori fiumani. È autore di diversi romanzi, tra i quali “Massacro per un presidente” (Mondadori, 1981), “Una storia istriana” (Rusconi, 1987, ripubblicato da Alacràn nel 2010 col titolo “Il figlio perduto”), “I confini dell’odio” (Aragno, 2002), “L’uomo di Kos” (Hobby&Work, 2004). (Naf)
LUIGI EINAUDI: LA VITA E IL PENSIERO DEL GRANDE STATISTA A PORTATA DI TUTTI
Si legge come un romanzo la biografia “Luigi Einaudi. Un economista nella vita pubblica” (Rubbettino; euro 13,00; pp. 154) compilata da Giovanni Farese. Di Einaudi esistono già alcune biografie ma nessuna si era posta l’obiettivo di raccontare il pensiero e la vita del grande statista ed economista al grande pubblico. Il libro ripercorre le principali tappe della sua vita, mettendo al centro l’uomo e il suo posto nella società. Si va dagli anni lenti e rigidi della formazione (1874-1903) a quelli impegnati e veloci dell’affermazione (1925-1943) a quelli brillanti e poi ossidati dell’addio (1943-1961). Economista, giornalista, statista, dopo oltre sessant’anni dalla morte, ciò che resta è soprattutto l’intellettuale, il pedagogo, il retore. Einaudi apre, da solo, uno spazio che non esiste prima di lui: la discussione pubblica sull’economia del Paese. Il controllo su chi governa da parte dell’opinione pubblica diventa decisivo. Come lui, e dopo di lui, gli economisti sono saliti al vertice del paese: ministri, senatori, capi di governo, presidenti della Repubblica. E del Consiglio. Einaudi diventa così un esempio da seguire. Il suo è l’insegnamento di un Padre della Repubblica che non può essere dimenticato. Del resto come osserva Farese “La storia di un Paese non coincide con quella delle sue classi dirigenti e della loro qualità, ma può a seconda dell’altezza delle sfide esistenti e delle personalità coinvolte, esserne in buona misura determinata”. Giovanni Farese insegna Storia economica alla Luiss Guido Carli. Ricercatore nell’Università Europea di Roma è Managing Editor di “The Journal of European Economic History”. (Naf)
UNA STORIA DELLA LETTERATURA VISTA DA DIETRO LE SBARRE
Sono stati molti gli scrittori in galera, finiti dentro a causa dei motivi più diversi – dalle rapine a mano armata all’assassinio della moglie (delitto, questo, molto diffuso tra i letterati, da Verlaine a Burroughs a Norman Mailer a Fallada). Addirittura tra galera e scrittura sembra correre una affinità: alcuni scrittori, come Jean Genet o Chester Himes, lo sono diventati dentro, altri, da Kleist a Giuseppe Berto, vi hanno potuto rinnovare ispirazioni e giustificazioni a creare, quasi tutti hanno trovato il modo di correggere la propria linea di scrittura. È come se dietro le sbarre i loro pensieri vietati trovassero nuove e più efficaci fantasie. Perché? Secondo quanto mostra l’autrice di questo erudito e divertente pellegrinare di cella di scrittore in cella di scrittore (in ordine cronologico, da quelle di Voltaire e Diderot, a quelle di Adriano Sofri e Goliarda Sapienza: e sono celle che coprono tutta la scala reclusoria, dalle galanti e libertine, tali quelle settecentesche, alle celle plumbee, quali quelle dei lager e dei gulag), è perché l’immaginazione, costretta, cresce e soprattutto cresce il desiderio. Le scrittrici, in particolare, confessano tutte che in carcere, affrancate dall’obbligo di accudire gli altri, sperimentano un’insolita forma di libertà: possono occuparsi di se stesse. Ma dietro ogni caso di carcere letterario c’è una storia da portare alla luce: c’è un motivo sempre diverso per finire dietro le sbarre, c’è un modo ogni volta originale di farsi arrestare e un metodo di scrittura incarcerata che cambia a seconda dell’autore, e spesso è, a sorpresa, avventuroso e umoristico. In “Scritti galeotti. Narratori in catene dal Settecento a oggi” (Sellerio; euro 14; pp. 260) Daria Galateria, insegnante di lingua e letteratura francese all’Università di Roma “La Sapienza”, ne svela quasi tutta l’umana varietà. (Naf)
