(16 ott) “Quando lavoriamo ci ricordiamo sempre che il petrolio non è nostro. Noi abbiamo solo il diritto di sfruttarlo ricavandone il giusto profitto. Cerchiamo di evitare presenze invasive o predatorie”. Lo ha detto l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni nel suo intervento all’incontro che si è tenuto alla Camera per ricordare i 50 anni (che ricorreranno il prossimo 27 ottobre) dalla scomparsa di Enrico Mattei. All’evento sono intervenuti, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il presidente della Camera Gianfranco Fini, il presidente della Fondazione della Camera Fausto Bertinotti, il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi e il presidente di Rcs Libri Paolo Mieli. Scaroni ha sottolineato come oggi un’azienda diversa in un’Italia diversa rispetto a quella di cinquant’anni fa segua ancora l’approccio di Mattei nell’apertura ai mercati internazionali. “Da qualche anno – ricorda Scaroni – abbiamo deciso di produrre elettricità in Africa”, perché “non ci può essere sviluppo se non c’è elettricità”. Utilizzando il gas, Eni ha prodotto elettricità per le popolazioni locali di Nigeria, Congo, Angola, Ghana, Togo e Mozambico, quest’ultimo teatro di recenti scoperte ad altissimo potenziale. Scaroni ha ricordato come fu proprio Mattei a garantire ai Paesi in cui Eni operava una maggiore nota di profitto. Mattei “coinvolse i paesi nello sfruttamento e nella commercializzazione del petrolio” e “seppe superare lo spirito coloniale inserendo una nuova dimensione contrattuale: il rispetto della controparte”. “Quando Mattei morì – ha ricordato ancora l’attuale amministratore delegato dell’azienda – Eni produceva 40mila barili al giorno. Oggi produciamo 50 volte quella quantità di petrolio” ma la crescita di Eni si è basata “su una reputazione che si rifà ai principi che Mattei aveva inculcato”. “Anche noi come Mattei – ha concluso Scaroni – abbiamo il mondo come orizzonte ma la testa e il cuore in Italia. Negli ultimi quattro anni abbiamo assunto più di 4.200 laureati” e “continuiamo a investire nel nostro Paese perché ci crediamo: qui abbiamo le nostre direzioni, i nostri laboratori di ricerca e l’ingegneria. Gran parte dei nostri uomini che sono espatriati sono italiani” e lavorano “con competenza spirito di squadra”. Per noi, ha concluso Scaroni, gli italiani che lavorano all’estero sono “l’asso nella manica”. (Caf)