(10 dic) – Il manifatturiero italiano si sta trasformando nei prodotti e nei mercati. La rispecializzazione settoriale – spiega Luca Paolazzi, direttore del Centro Studi di Confindustria – è stata forte: il peso sull’export del made in Italy legato a moda e design è sceso dal 21,5% del 1991 al 13,9% del 2011; quello dei beni a maggiore intensità tecnologica e a economie di scala è salito dal 60,8% al 66,8% (nonostante la debacle di computer ed elettrodomestici: -3,2 punti). C’è stato anche un massiccio riorientamento delle vendite all’estero verso i mercati di sbocco più promettenti. Però le imprese italiane faticano a presidiare i mercati geograficamente più lontani, come Cina e India, che sono i più dinamici. La crescita è obiettivo comune a tutte le imprese. L’attenzione è puntata sull’aumento del valore, più che sul contenimento dei costi. Dunque, le nuove strategie puntano sull’integrazione verticale, sulla competenza come fattore-chiave della competitività e sulla crescita, non solo dimensionale. Ciò è confermato dai dati Istat: aumenta il valore aggiunto per impresa e si riduce il numero di imprese. Inoltre sulle 36mila imprese di capitale esaminate tra il 2000 e il 2010 il 16,3% cresce anche in misura molto significativa, il 65,2% rimane nella classe dimensionale di partenza, il 18,5% arretra. Tutto ciò fa esplodere il divario di performance e di redditività.
