La diffusione del commercio elettronico in Italia è molto al di sotto della media europea. Quali sono le ragioni di questo gap, e cosa si può fare per colmarlo, catturando i benefici – in termini di risparmio e maggiore libertà di scelta – dell’e-commerce? A queste domande risponde lo special report “Le difficoltà dell’e-commerce in Italia: ragioni strutturali e normative di un mercato che cresce ma non decolla” dell’Istituto Bruno Leoni, compilato da Silvio Boccalatte, Andrea Giuricin e Giacomo Reali disponibile nel sito dell’Istituto. L’e-commerce è un fenomeno in crescita nel nostro paese, che tuttavia resta indietro rispetto all’Europa: “Nel 2010, per ogni euro di transazione online in Italia, ne sono stati fatturati 4 in Francia e 8 nel Regno Unito. Nel 2011 il divario si è accorciato, ma per quanto la distribuzione via internet sia ormai un fenomeno di una certa dimensione anche in Italia, i nostri 9,2 miliardi di euro nel 2010 (pari al 2% del mercato retail) appaiono piccola cosa rispetto ai 51 miliardi di euro britannici (11% del mercato), 34 miliardi tedeschi (7% del mercato) e 20 miliardi francesi (5% del mercato)” si legge nel rapporto che individua una serie di ostacoli alla diffusione dell’e-commerce. Alcuni di essi sono difficilmente rimuovibili nel breve termine: la diffidenza degli italiani per i pagamenti elettronici, la ridotta penetrazione della banda larga soprattutto al Sud, la logistica. Tuttavia, vi sono altre cause che possono essere affrontate in modo incisivo. Si legge nello studio: “esistono importanti barriere di natura oggettiva e normativa”. Per quanto riguarda le prime, “hanno a che fare principalmente con la qualità del servizio postale e con la logistica. L’attrattività del commercio elettronico dipende in misura critica dall’efficienza e dai costi del servizio di recapito. Questi, a loro volta, dipendono sia dall’organizzazione del mercato postale, sia dalle infrastrutture fisiche presenti nel paese”. La liberalizzazione postale è, in particolare, un passaggio chiave: “Una importante analogia che aiuta comprendere l’importanza della liberalizzazione postale è quella con una particolare categoria di commercio elettronico, l’e-commerce, ossia lo scambio di beni e (soprattutto) servizi attraverso dispositivi quali tablet e smartphone. In questo caso, l’Italia è all’avanguardia in Europa. Non è azzardato ritenere che tale traguardo sia stato reso possibile dall’elevato grado di concorrenza che esiste tra gli operatori di telefonia mobile, il quale ha favorito la diffusione dei device necessari. Al contrario, il perdurante monopolio postale ha fatto calare la domanda di servizi postali e ne ha acuito la percezione di inaffidabilità”. Infine, per quanto riguarda le barriere di carattere normativo, esse “riguardano principalmente l’avvio e la conduzione di attività di vendita online. In buona parte essi derivano dal fatto che il diritto del commercio online è modellato sulle strutture commerciali tradizionali, e quindi impone obblighi e vincoli che, se possono avere una giustificazione nel commercio fisico, ce l’hanno molto meno per le attività virtuali”. Lo studio si conclude con una serie di proposte di revisione normativa: raggruppamento di tutte le informative per l’avvio dell’attività in un unico documento; abrogazione del divieto di aste online; abrogazione di ogni dichiarazione e di ogni autorizzazione per il commercio online, deve essere sufficiente una mera informativa rivolta alla Camera di commercio; esenzione del commercio elettronico dalla disciplina delle vendita a distanza; il parametro della diligenza che deve essere tenuta dal commerciante online va riportato alle regole civilistiche ordinarie; abrogazione della cosidetta “Legge Levi” sugli sconti sui libri. (Red – 11 dic)
