Negli Stati Uniti, da quello del 26 settembre del 1960 tra il democratico John Fitzgerald Kennedy e il repubblicano Richard Nixon, il confronto tv tra i candidati rappresenta uno dei momenti decisivi per la corsa alla Casa Bianca. Nell’Italia della Seconda Repubblica, invece, tale momento ha stentato non poco a istituzionalizzarsi. Questa volta, come accaduto per le primarie del centrosinistra, è Sky a bruciare sul tempo la concorrenza annunciando – attraverso il direttore del canale all-news Sky Tg24 Sarah Varetto – che probabilmente l’8 febbraio (o comunque una data a ridosso) è stato individuato come giorno per il confronto in prima serata tra Monti, Bersani e Berlusconi, con la disponibilità di massima data dai tre leader. Immediatamente dopo, anche il direttore del Tg5 Clemente Mimun ha annunciato di aver invitato formalmente Monti, Bersani e Berlusconi per un confronto in prima serata. Che il confronto sia a tre e non a due è la prima differenza che balza agli occhi (segno mediaticamente tangibile del crepuscolo del bipolarismo?), ma c’è chi lo vorrebbe ancora più allargato, come il blogger “viola” Gianfranco Mascia, già fondatore dei comitati “Boicotta il Biscione”, che si propone ora invece di boicottare Sky per aver escluso Ingroia e il Movimento 5 Stelle. Nelle edizioni precedenti si è trattato sempre di un duello, con una costante: il Cav c’è stato in ogni confronto. L’altra certezza invece è che quando il confronto non c’è stato è perché il Cav non ha voluto. Il 23 marzo del 1994, a sfidarlo sugli schermi di Canale 5 (nel “Braccio di Ferro” condotto da Enrico Mentana) c’era Achille Occhetto, candidato premier della coalizione dei Progressisti, la “gioiosa macchina da guerra” come da lui stesso ribattezzata. Il big match di chiusura della campagna elettorale, seguito da oltre 10 milioni di italiani, si concluse sul labile confine tra politica e calcio: “Possiamo anche fare un accordo. Non voglio vincere tutto… Al Milan lo scudetto e al Polo progressista la vittoria nelle elezioni”, disse Occhetto, ma Berlusconi replicò: “Rinuncerei allo scudetto pur di vincere le elezioni”. Per la cronaca, lo scudetto quell’anno lo vinse il Milan e le elezioni… Berlusconi. Alla vigilia delle elezioni del 1996 Berlusconi era sotto nei sondaggi, pagando la caduta del suo governo dopo pochi mesi dall’insediamento e il divorzio dalla Lega. Dall’altra parte c’era Romano Prodi, alla guida dell’Ulivo. Ma i due confronti del 12 e 19 aprile 1996 su Rai3 e Canale5– moderati rispettivamente da Lucia Annunziata ed Enrico Mentana – non furono sufficienti per ribaltare il pronostico. Nelle elezioni del 2001 la situazione era completamente rovesciata, con il Cavaliere avanti nei sondaggi su Francesco Rutelli: Berlusconi si rifiutò di confrontarsi in televisione con lo sfidante di centrosinistra e le urne confermarono le previsioni. Il confronto avverrà a sorpresa qualche anno dopo: è il 5 aprile del 2005 quando, dopo il risultato negativo del centrodestra alle Regionali, il premier si presentò negli studi di Ballarò, ospiti Rutelli e D’Alema. Nella campagna elettorale del 2006 Berlusconi è di nuovo sfavorito contro Prodi: questa volta, a dieci anni di distanza dal primo duello, Berlusconi chiuse con il “botto finale” il confronto a ridosso delle elezioni: “Aboliremo l’Ici. Sì, avete capito bene: l’aboliremo”. La sortita ebbe effetto, tanto che per il centrosinistra la vittoria fu molto inferiore rispetto alle previsioni. Nel 2008 Berlusconi era di nuovo sicuro di vincere: il direttore del Tg1 Gianni Riotta provò a organizzare un confronto con lo sfidante Walter Veltroni, ma il tentativo non andò in porto: “Credo che lo staff di Berlusconi, sicuro del vantaggio – ha spiegato Riotta – non volesse metterlo a rischio”. Insomma, non è una legge scientifica ma quasi: la volontà di confrontarsi del Cav è inversamente proporzionale alla sua sicurezza di vincere. Il resto è storia dei giorni nostri, con Berlusconi talmente poco sicuro della vittoria da aver accettato l’invito del “nemico” Santoro…
(Roc – 10 gen)
