(23 gen) Negli anni ’70 del Novecento l’Europa è passata da esportatrice ad importatrice di risorse umane. Si calcola che tra il 1990 e il 2010 l’Europa abbia attratto (al netto dei rientri) 28 milioni di immigrati (oltre il triplo rispetto al ventennio precedente 1970-1990, 8 milioni) con guadagni netti di quattro milioni sia nel quadrante Settentrionale che in quello Orientale, di quasi undici in quello Meridionale, e di quasi dieci milioni in quello Occidentale. Queste cifre sono ottenute sommando i saldi migratori, paese per paese, relativi ai flussi provenienti sia da altri paesi Europei, sia da paesi extra-Europei. Circa 24 dei 28 milioni del saldo netto riguardano la UE-27. C’è anche un fatto nuovo: l’immigrazione in provenienza da altri continenti – o comunque da aree esterne all’Unione Europea, che oramai accorpa i nove decimi della popolazione continentale (al netto della popolazione della Federazione Russa) – per la prima volta, dall’inizio dell’età moderna, ha una funzione di riequilibrio demografi co oltre a quella, tradizionale, di natura economica. Nel primo decennio di questo secolo la popolazione autoctona giovane è in declino nell’Europa meridionale, in Germania e in altre parti d’Europa. Si tratta dunque di un’immigrazione che ha anche una funzione di “rimpiazzo” demografico e che è chiamata non tanto a sostenere la crescita, ma a prevenire il contrarsi delle economie del continente. Cifre e analisi si possono trovare in un e-book del demografo Massimo Livi Bacci, dal titolo “Migrazioni – Vademecum di un riformista”.