(1 feb) “Il mio sogno nel cassetto? L’Oscar. Non perché un Oscar significhi essere arrivati: semplicemente, un giorno mi farebbe piacere avere un riconoscimento importante: essere ricompensato di tutto il sacrificio fatto per seguire ciò che amo. Per dare un senso ai momenti difficili e a tutte quelle volte che mi hanno buttato giù e mi sono rialzato. Sarebbe un premio a me stesso e al fatto che non ho mai mollato”. Marco Pancrazi è un attore: è nato a Tivoli, non lontano da Roma, ventinove anni fa. E’ uno dei tanti talenti che ha deciso di lasciare l’Italia per seguire un sogno: quel “sogno americano” che ha a che fare con la possibilità – o l’illusione – di vivere altre vite: il cinema. “Prima di intraprendere la carriera di attore ho lavorato come stuntman in moltissime produzioni italiane e hollywoodiane. Poi ho deciso di dedicarmi solo alla recitazione. Ho lasciato l’Italia e sono andato a Londra, per studiare l’inglese: ho vissuto lì per quasi un anno, prima di trasferirmi – a novembre scorso – qui a Los Angeles, dove sto migliorando molto il mio inglese e studiando tanto, tantissimo”. La carriera di Marco sullo schermo è cominciata, infatti, nel 2004, lavorando come stuntman. Ha lavorato in moltissimi film, con grandi registi e attori: da Spike Lee a Ron Howard passando per Woody Allen, Penelope Cruz, Julia Roberts, Tom Hanks, Emile Hirsch. Mentre lavorava come stuntman, Marco ha iniziato a studiare come attore, ottenendo i primi piccoli ruoli sullo schermo. I primi insegnanti sono stati Frida Bruno e Massimiliano Milesi. Sul suo cammino ha incontrato Ivana Chubbuck, Vincent Riotta, Nathan Osgood, Michaeljohn Gonzalez, e Antonietta Franceschi, ma ha focalizzato la sua attenzione sull’apprendimento “Del Metodo”, con Michael Margotta e Francesca Viscardi, Membri a Vita dell’“Actors Studio” di New York, e allievi diretti di Lee Strasberg. Marco parla del cinema come di una grande passione e con entusiasmo racconta di progetti futuri e di soddisfazioni già arrivate come quelle legate al cortometraggio “The Labyrinth”. “Il corto – spiega Marco – è nato per un festival chiamato ‘72 Hours – National Film Challenge’. E’ un festival mondiale con base negli States. Il festival ha questa peculiarità: bisogna realizzare il film in 72 ore. Scrittura, riprese, montaggio e consegna: tutto in 72 ore, una bellissima esperienza. Ho stretto un ottimo rapporto con tutta la squadra e col regista Alfonso Bergamo. Amo lavorare con Alfonso: per me è un genio. Il risultato poi – continua Marco – è stato strabiliante. Su 300 concorrenti da tutto il mondo, siamo arrivati in finale e abbiamo vinto 4 Premi: Miglior Film – Premio del pubblico, Miglior Fotografia, Miglior Trucco, e Miglior uso del Genere. Una gran bella soddisfazione”. Il corto ha poi preso parte ad altre manifestazioni, ed ha ottenuto il Premio “Menzione Speciale” al “Fluviano Film Festival 2012”, ed ha ricevuto il riconoscimento come Miglior Film ai Festival di Bergamo, Aosta, Cagliari, Napoli, Solofra e Tivoli. Era tra i finalisti in concorso al “RIFF di Roma” e ai “David di Donatello 2012”. “In cantiere ci sono un paio di progetti importanti, di cui però non voglio parlare, per scaramanzia. Un film in cui sarò il ‘bad guy’ della situazione, e uno spettacolo scritto e diretto da un bravissimo attore italiano”. Marco, giovane italiano nel mondo, non esclude di poter tornare un giorno in Italia. Anzi ha un progetto ambizioso: “Un italiano all’estero vive sicuramente molto ma molto meglio di un italiano a casa. E questo è un peccato, perché penso che tutti, me per primo, sognano di lavorare e fare ciò che amano nella propria terra, e non di dover scappare per seguire i propri sogni. Ma l’Italia oggi non offre molto. Tutto quello che è cinema, a Los Angeles è industria, fatta seriamente. Il risultato deve essere eccellente, e di conseguenza qui c’è poco spazio per i raccomandati, qui si cerca qualità, attori bravi, anzi bravissimi. Non escludo che c’è la possibilità di tornare in Italia – aggiunge – vedremo nei prossimi anni cosa succederà. Ovvio che se le cose cambiassero, dai politici ai produttori, e di conseguenza la nostra industria, potrei ripensarci. L’Italia è un Paese è stupendo, è la mia casa. È ovvio che se un giorno diventassi un nome importante e avessi il potere di decidere – e soldi per fare ciò che voglio – tornerei immediatamente per cambiare le cose e iniziare a produrre solo cinema di qualità: unirei il meglio degli attori italiani, registi, giovani produttori e scrittori. Non è giusto – continua – che uno che vince un reality abbia un ruolo da protagonista solo perché è popolare. Bisogna studiare”. Marco è tenace, deciso e ha tanta voglia di fare. Ed è sicuro che ce la farà: “Qui la concorrenza è infinita, ne sono consapevole, ma gli Stati Uniti mi offrono il tipo di carriera che voglio seguire. Preferisco stare qui e lottare ogni giorno per fare qualcosa di veramente buono”. (Gil)