(7 mar) L’Italia, per quasi cinquant’anni, ha avuto tassi di partecipazione elettorale assolutamente altissimi, sconosciuti in quasi tutte le altre democrazie liberali: dal 1948 al 1976 il tasso di partecipazione elettorale registrato in occasione delle elezioni politiche è rimasto sopra il 90%. Poi, a partire dall’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica, il calo dei votanti è divenuto una costante e si è manifestato in modo più accentuato in occasione delle elezioni fissate ad una scadenza anticipata rispetto a quella naturale della legislatura (1996, 2008). Il declino della partecipazione è culminato nel dato che abbiamo registrato nel 2013: un tasso di partecipazione del 75,2%, 5,3 punti percentuali in meno rispetto al 2008, al termine di una legislatura durata sostanzialmente tutti e cinque gli anni previsti. Un dato impressionante, che non ha precedenti nella storia del Paese. In ben una provincia su quattro, la partecipazione è stata inferiore al 70%. La totalità di questi casi si colloca nel Mezzogiorno continentale ed insulare, nel quale si salvano solo poche eccezioni. Nelle regioni centrali, la partecipazione presenta dati superiori alla media (75,2) nel Lazio e nella Zona Rossa, con punte nel cuore più identitario di quest’ultima: la Toscana centrale ed orientale, le Marche e l’Umbria settentrionali, la Romagna e l’Emilia sino a Reggio. Al Nord, invece si identifica una chiara distinzione fra il Nord Est, e in particolare la Lombardia orientale e il Veneto, dove la partecipazione resta attorno o sopra l’80%, e il Nord ovest, in particolare il varesotto, il comasco e le province del Piemonte orientale, in alcune delle quali si scende addirittura sotto la media nazionale.