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“Io santo, tu beato (Risate)” diretto da Sarti a Roma

it@withub.it by it@withub.it
15 Marzo 2013
in Archivio speciali - Teatro
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“IO SANTO, TU BEATO (RISATE)” DIRETTO DA SARTI A ROMA
Renato Sarti e Bebo Storti portano sul palco “Io santo, tu beato (risate)” per la regia dello stesso Sarti, in scena dal 19 al 24 marzo al Teatro Piccolo Eliseo di Roma. Papa Pacelli è un elegantissimo Pantalone che parla latinorum e indossa una mitria a forma di Cupola di San Pietro; Padre Pio è un Balanzone pugliese con il saio, il naso a peperone, ultras del Foggia. I due si incontrano nell’aldilà e, dopo i convenevoli di rito e aver rievocato brevemente alcune pagine poco edificanti della storia della Chiesa, vengono a sapere che Papa Wojtyla ha proclamato 482 santi e 1338 beati e in paradiso c’è rimasto un posto solo. Fra loro si scatena una lotta senza esclusione di colpi. Papa Pacelli accusa Padre Pio di mercimonio paganeggiante e di aver trasformato San Giovanni Rotondo nella Las Vegas del Gargano, ma a sua volta è accusato del pesante silenzio del Vaticano rispetto allo sterminio nazifascista. A dirimere l’aspra contesa giungerà nientemeno che Dio in carne e ossa: una ballerina brasiliana di colore, che non solo canta, si dimena e invita le pecorelle presenti ad amarsi e gioire della vita, ma fa anche riferimento alla Teologia della Liberazione e alle esperienze di uomini di Chiesa straordinari come Padre Zanotelli e Don Gallo. Sarti e Storti fanno ricorso, con tanto di maschere, alla Commedia dell’Arte e non rinunciano a ricordare, con un trascinante blues finale, il profondo messaggio del Vangelo, mettendo in rilievo la discrasia fra i vertici del Vaticano e quei sacerdoti che operano nel sociale a difesa e in aiuto degli ultimi della terra. Dopo secoli di vessazioni, denunce, arresti e censure una piccola vendetta pacifica del teatro, consumata grazie a una delle sue armi più congeniali ed efficaci: quella tagliente dello sghignazzo. (Red)

“IL NIPOTE DI RAMEAU”: SILVIO ORLANDO IN CAPOLAVORO SATIRICO DIDEROT
Atteso ospite della stagione di prosa, arriva al Teatro Comunale di Monfalcone, il 18 e 19 marzo, Silvio Orlando, regista e interprete de “Il nipote di Rameau”, dialogo filosofico di Denis Diderot, testo che manca dalle scene italiane dagli inizi degli anni Novanta. Capolavoro satirico della seconda metà del Settecento (qui tradotto e adattato per le scene dallo stesso Silvio Orlando insieme ad Edoardo Erba), racconta la parabola grottesca di Rameau (nipote del grande musicista francese), vero e proprio parassita che pratica vizio e ridicolo perché “fare il ruffiano è mestiere considerato, e i politici lo sanno”. Musico fallito, cortigiano convinto e amorale per vocazione Rameau, nella sua imbarazzante assenza di prospettive edificanti, riduce la vita a pura funzione fisiologica e riesce in maniera paradossale a ribaltare la visione del bene e del male, del genio e della mediocrità, della natura umana e delle possibilità di redimerla. Dietro la sua perversità si scorge la paura del filosofo di perdere se stesso e i propri riferimenti etici, specie quando si tratta di affrontare un primo embrione di libero mercato delle idee che stava nascendo in quel turbolento e fervido scorcio di secolo. A dare corpo al personaggio di Rameau, archetipo di libero servo, e alle sue contorsioni intellettuali è Silvio Orlando, che firma anche la regia dello spettacolo: la sua grande sensibilità interpretativa ci restituisce tutta la vivacità, buffona e grottesca, di questo personaggio e, al contempo, l’atmosfera e il fermento culturale di quel periodo. In scena, al fianco di Orlando, Amerigo Fontani e Maria Laura Rondanini; insieme a loro, anche il burattino Jean Philippe del maestro Roberto Abbiati e il clavicembalista Luca Testa. Ad anticipare lo spettacolo, lunedì alle 19, nel foyer del teatro, un’introduzione a cura di Luisa Vermiglio dal titolo “Diderot e l’intuito del cambiamento”; l’incontro, realizzato in collaborazione con l’associazione “Per il Teatro di Monfalcone”, è ad ingresso libero. (Red)

FRANCA VALERI A PERUGIA CON “NON TUTTO E’ RISOLTO”
Franca Valeri ancora una volta protagonista di una commedia divertente e ricca di fascino che affronta con umorismo il tema di una vecchiaia capricciosa e caparbia. Scritto dalla stessa Valeri, “Non tutto è risolto” è diretto da Giuseppe Marini e sarà in scena al Teatro Morlacchi di Perugia il 23 e 24 marzo. Con Franca Valeri, Urbano Barberini, Licia Maglietta e Gabriella Franchini. Una contessa torna insieme alla sua segretaria in una casa abbandonata che crede sua per averci vissuto, incontra nell’abitazione un uomo diseredata che vive lì e dichiara di essere suo figlio. Insieme a loro la cameriera appena assunta, sotto le mura sgranate di un intonaco cadente, nel vuoto delle stanze e dell’esistenza. (Red)

“THE RAPE OF LUCRETIA” AL VERDI DI TRIESTE
Il 19 marzo alle 18 nella sala del Ridotto del Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste, il professor Stefano Sacher terrà una conversazione sull’opera “The rape of Lucretia”, diretta dal giovane regista croato Nenad Glavan, in scena a partire dal 23 marzo al Teatro Lirico triestino. Compositore e direttore d’Orchestra e di Coro e docente di musica al Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico, Sacher introdurrà il pubblico all’opera di Benjamin Britten e, in particolare, a questo capolavoro della sua produzione artistica che nasce un anno dopo l’uscita di Peter Grimes e precede di cinque anni Billy Budd, l’opera di Britten ispirata al racconto di Herman Malville. Sarà un’occasione per conoscere più da vicino il compositore inglese e il suo repertorio che a Trieste non ha avuto molte occasioni di rappresentazione ad esclusione del War Requiem in campo sinfonico, di due edizioni di Peter Grimes (1960 e 2002) e di un’unica produzione del Giro di Vite (1984). “The rape of Lucretia” è l’opera con cui la Fondazione lirica triestina ha voluto rendere omaggio a Britten nel centenario della nascita, e si rappresenta per la prima volta al Teatro Verdi in un allestimento frutto della partnership tra la Hrvatsko Narodno Kazaliste di Spalato, la Fundación Cultural Artemus di Madrid e la Fondazione Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste. Scritta all’indomani dell’Olocausto, l’opera gioca con la simmetria tra quell’epoca terribile e un’interpretazione della romanità, di cui Lucrezia diviene simbolo, l’agnello sacrificale. Un messaggio rivolto alla contemporaneità che nell’allestimento curato dalla Hrvatsko Narodno Kazaliste di Spalato vedrà la presenza di Sara Galli, nel ruolo di Lucrezia, Carlo Agostini in quello di Tarquinio assieme a Alexander Kröner voce maschile, Katarzyna Medlarska, voce femminile, Marijo Krnić, Collatino, Zlatko Aurelio Kokeza Giunio, Dijana Hilje, Bianca, Nuria Garcia Arres, Lucia. Completano la compagnia artistica l’Orchestra e il Coro (istruito dal maestro Paolo Vero) del Teatro Verdi di Trieste sotto la bacchetta del Maestro giapponese Ryuichiro Sonoda, direttore già apprezzato sul podio triestino sia in campo operistico che sinfonico. (Red)

IL “DON QUIJOTE” AL SAN CARLO DI NAPOLI
Accolto con favore sin dalla prima rappresentazione nel 1869 al Bolshoj, sarà in scena dal 22 al 27 marzo al Teatro San Carlo di Napoli il “Don Qujote” dal libretto di Marius Petipa. L’opera tratta dall’omonimo romanzo di Miguel de Cervantes, è ormai considerata un classico del balletto grazie alle versioni allestite da grandi coreografi e ballerini come Nureyev, Balanchine e Baryshnikov. La versione più celebre ed acclamata è sicuramente quella di Marius Petipa nella rivisitazione di Alexandr Gorsky, che è proposta al San Carlo nel nuovo adattamento di Alexei Fadeyechev. Per le sue produzioni, Gorsky aggiunse nuove danze al balletto originario. In occasione, per esempio, dell’allestimento del 1903 a San Pietroburgo, furono inserite due nuove variazioni (la “Variazione di Kitri con il ventaglio” per il Pas de deux finale del balletto e la “Variazione di Kitri nei panni di Dulcinea” per la scena del sogno di Don Chisciotte), adesso spesso presenti nelle produzioni contemporanee. Il “Don Quijote” durò in Russia ben oltre la Rivoluzione del 1917, mentre molti altri balletti non vennero più rappresentati nel periodo sovietico. (Red)

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