Le cure previste nell’ambito dei trattamenti di procreazione medicalmente assistita (PMA) e necessarie per stimolare l’ovulazione non aumentano il rischio di cancro; la conferma è contenuta in un recente studio pubblicato su Gynecol Endocrinol i cui dati sono particolarmente significativi perché il periodo di osservazione nelle donne si è protratto per ben 30 anni dopo il termine delle terapie. Una notizia importante per le donne, dopo i risultati di un altro lavoro pubblicato nel dicembre 2012 su “Fertility e Sterility” che ha dimostrato come sia possibile preservare in totale sicurezza la fertilità nelle pazienti con tumore alla mammella grazie all’impiego di particolari protocolli di stimolazione ovarica, usati in associazione a terapie antitumorali. Anche di ciò si discute oggi a Roma nel corso dell’evento di aggiornamento per i medici “Gestione della coppia infertile e uso delle innovazioni”, organizzato da Claudio Manna, direttore scientifico del Centro Genesis di Roma e ricercatore presso l’Università Tor Vergata di Roma. “Si tratta di studi che consentono alle pazienti di affrontare il percorso della PMA con maggior serenità e consapevolezza – ha affermato Manna – a conferma che una corretta informazione è indispensabile alla coppia. Per questo motivo, su input dell’Associazione Fertilità Onlus, abbiamo condotto un’indagine sul livello di conoscenza dei trattamenti di PMA che ha coinvolto 100 coppie afferite al nostro e ad altri centri. I dati emersi non sono sempre confortanti: oltre la metà del campione (55%) non è a conoscenza che in Italia, dal 2009, dopo una pronuncia della Consulta, non vige più la norma che fissava il limite di un unico e contemporaneo impianto per un massimo di 3 embrioni, come previsto dalla legge 40. A dare un segnale positivo, in controtendenza con il dato precedente, la consapevolezza di poter crioconservare gli embrioni in Italia: il 76% delle coppie intervistate è a conoscenza di questa opportunità. I dati rilevati, inoltre, confermano l’importanza del rapporto medico-paziente: il 65% delle coppie dichiara che la sensazione di essere ascoltati dai ginecologi e dagli andrologi consultati conta ‘moltissimo’, mentre il 20% la considera ‘molto’ importante e solo per il 3% del campione ‘non è fondamentale’. Un buon rapporto medico-paziente, infatti, può aiutare le coppie alle prese con il difficile percorso di lotta all’infertilità, fonte di stress e di momenti difficili; l’isterosalpingografia per la valutazione della pervietà delle tube è considerata la fase peggiore dal 24% delle coppie, il monitoraggio ecografico dal 22% e le analisi preliminari dal 15%. (PO / red -19 apr )