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Al Mart di Rovereto in scena la Food Art

it@withub.it by it@withub.it
26 Aprile 2013
in Archivio speciali - Mostre
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QUANDO IL CIBO DIVENTA FOOD ART

Si chiama Food art ed è la più recente delle tendenze che riguardano la cucina, in cui i prodotti e i preparati assumono le forme e le valenze simboliche dell’arte. Il cibo ne è il protagonista assoluto, sia come mezzo per costruire curiosi oggetti di design, sia come fonte ispiratrice per gli artisti, per realizzare forme inedite. Il Mart di Rovereto dedica fino al 2 giugno a questa nuova espressione artistica una mostra “Progetto cibo, la forma del gusto” (www.mart.tn.it/progettocibo). In esposizione il cibo assunto ad opera d’arte, in modo consueto o del tutto sorprendente. Alla mostra partecipano designers e architetti come Enrico Azzimonti, Bompas&Parr, Achille Castiglioni, Lorenzo Damiani, FormaFantasma, Giorgetto Giugiaro, Marti Guixé, Giulio Iacchetti, Alessandro Mendini, Alkesh Parmar, Gaetano Pesce, Diego Ramos, Philippe Starck e chef di livello assoluto come Gualtiero Marchesi, oltre a Bruno Barbieri, Massimo Bottura, Antonio Canavacciuolo, Carlo Cracco, Daniel Facen, Davide Oldani, Davide Scabin. Il percorso espositivo si apre presentando l’architettura di cibi “anonimi” che nella loro sofisticata e precisa costruzione sono dei veri e propri progetti. I “food architects” hanno oggi una libertà pressoché infinita di modulare forma e funzione. E’  da qui che nascono oggetti come la “Penna edibile” di Martì Guixè, il “Golosimetro” di cioccolato di Paolo Ulian e lo “Sugar Spoon” di Marije Vogelzang. In molti casi è la forma stessa di un prodotto ad essere pensata e sviluppata come elemento decorativo: in mostra si vedranno le gelatine di Bompas & Parr che riproducono la Cattedrale di St Paul a Londra, la “Bread Palette” (fetta biscottata a forma di tavolozza) di Ryohei Yoshiyuki o lo “Speculoos” di Delphine Huguet, biscotto che si adatta alla tazzina da caffè. Oggetti in cui si coglie un’ironia sottotraccia, che diventa invece distacco divertito nelle creazioni di Matteo Ragni, Diego Ramos o Enrico Azzimonti, raccolte in una sezione intitolata “Ironia, metafora e paradosso”. In mostra anche oggetti di design realizzati con materiali alimentari: i gioielli di cioccolato di Barbara Uderzo, i servizi da tavola di pane di FormaFantasma o il “Decafè” di Raúl Laurí Pla, vincitore del Salone satellite 2012 a Milano. La “Cioccolator” di Alessandro Mendini – una calcolatrice a forma di tavoletta di cioccolato -, o i “Popsicles” di Putput –  spugne sagomate come ghiaccioli – sono invece singolari esempi di oggetti di design che alludono al cibo. Inoltre con video e foto sono raccontati alcuni piatti-icona di grandi chef nazionali e internazionali. (red)

 

 

DIALOGO TRA ITALIA-COREA NEL SEGNO DEL BIANCO

Due distanti culture che s’incontrano sul pensiero e sui linguaggi del bianco. E’ lo scopo della mostra “White&White nel dialogo tra Corea e Italia”, organizzata fino al 2 giugno al Museo Carlo Bilotti di Roma, dal National Museum of Contemporary Art della Corea e promossa dall’assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma. La selezione è frutto della collaborazione tra Hyung-Min Chung, direttrice del museo coreano e di Vittoria Biasi, storica dell’arte studiosa della monocromia bianca del Novecento. La figura a cui la mostra affida il compito di congiunzioni di mondi, tempi e lingue è Nam June Paik, il pioniere della video arte internazionale, scomparso nel 2006. La sua linea bianca zen, è vicina al taglio di Lucio Fontana e alle ultime ricerche artistiche presenti in mostra. La ricerca dell’anima celata nell’opera di Dongwan Kook, la collocazione di oggetti, come feticci di un culto, sono vicini alla poetica di Bohnchang Ko, di Cristiana Palandri, di Man-Lin Choi e si pongono in dialogo con il mondo delle stelle decapitate, con l’aspetto reale, trafitto, della condizione umana, come nell’opera di Franco Ionda. La sacralità della materia di Ionda è vicina alla sacralità dello spazio di Insu Choi. La scultura di In-Kyum Kim, con la rappresentazione lunare delle forme possibili dello spazio, l’ingresso silenzioso nella materialità dell’anima, come nelle sculture di Kwang-Ho Jeong , declinano il rapporto con l’esserci  e con l’agire nello spazio espresso dalle opere di Insu Choi o dal filo di fibra ottica di Carlo Bernardini che traccia una possibilità d’individuazione dello spazio o di disegno nel vuoto. Paolo Di Capua incide segni nella materia, rivelazioni di trame profonde che pone in dialogo con il bianco, suggello di una ritualità, di un modello di vita. Le scritture di Oan Kyu attraversano la pagina come racconti minimi in successione continua. Il concetto di tempo, poeticamente esteso, riunisce le opere di Oan Kyu, di San-Keum Koh e del duo Stato di Famiglia che include nell’opera il concetto di segmento temporale comune per trascrivere lo spartito di John Cage. Le opere in mostra di Licia Galizia/Michelangelo Lupone, Dae-Hun Kwon, Fabrizio Corneli, Min-Ha Yang fanno smarrire il confine dell’avanguardia nella scienza. Fabrizio Corneli, Dae-Hun Kwon declinano l’ombra tra la progettualità e le leggi scientifiche della luce. Le opere di Min-Ha Yang e, ancora, di Licia Galizia/Michelangelo Lupone si relazionano con l’ambiente, con le sue presenze, vibrazioni che divengono movimento, calligrafia chiaroscurale per l’artista coreano e ritorno musicale per gli artisti italiani.  La ricerca dell’irraggiungibile accomuna le poetiche di San-Keum Koh, Shin Il Kim e Paolo Radi. Seo-Bo Park, Dong-Youb Lee e Chang-Sup Chung sono figure rappresentative della pittura coreana monocroma la cui pratica è incentrata sui segni lasciati dall’artista sulla tela, i quali accentuano il vuoto rimasto come se fosse uno spazio ricettivo e che nell’opera di Emanuela Fiorelli prende forma dal velo di tarlatana.  

(PO / red)

 

IL SAN CARLO DI NAPOLI  “TRASLOCA” ALLA REGGIA DI CASERTA

Negli Appartamenti Storici della Reggia di Caserta la mostra “MeMus – Terrae Motus”, fino al 3 giugno, intende valorizzare la collezione Terrae Motus, legata alla Reggia fin dal 1992 per volontà del collezionista Lucio Amelio, facendola dialogare per la prima volta con le opere del MeMus, Museo e Archivio Storico del Teatro di San Carlo di Napoli, sito nel Palazzo Reale, all’interno del quale sono raccolte foto di scena, bozzetti, costumi e altri suggestivi elementi di scenografie. Alle importanti opere di Kiefer, Ontani, Paladino, Paolini e Rauschenberg, si affiancano i preziosi manufatti realizzati dagli stessi artisti per la messa in scena di rappresentazioni al Teatro San Carlo, poi successivamente esposte nell’ambito della mostra al MeMus. Così West Go Ho (1986) di Robert Rauschenberg dialoga “alla grande” con i “neapolitan gluts” realizzati dall’artista americano da poco scomparso, per Lateral Pass di Trisha Brown (San Carlo, stagione 1986-1987); le invenzioni di Luigi Ontani per Garibaldi en Sicile di Marcello Panni (stagione 2004-2005) si misurano con l’opera casertana Fofo non ha fifa (1986); l’olio e terracotta su tela di Anselm Kiefer (Et la terre tremble ancore, 1982) si confronta con i  costumi e le scene realizzati per Elektra di Strauss (stagione 2003-2004); Re Uccisi dal decadere della forza (1981) di Mimmo Paladino “parla” alle scenografie realizzate per il Tancredi di Gioacchino Rossini, rappresentato al Lirico di Napoli nel 2002 per la regia di Toni Servillo. Infine, quanto ideato da Giulio Paolini per i titoli wagneriani Die Walküre (stagione 2004-2005) e Parsifal (stagione 2007-2008), si raffronta con due opere dello stesso artista presenti nella collezione casertana: un intellettualistico Senza titolo (1966) ed un’istallazione di gusto decisamente neoclassico, L’altra figura (1986). La mostra ospita inoltre le foto di scena di Luciano Romano, artista napoletano che dal 1985 è testimone prezioso delle produzioni del Teatro di San Carlo. Lungo il percorso anche una suggestiva selezione di immagini video tratte da Elektra, Die Walküre e Tancredi.

(red)

 

 

A MILANO “I TRE CROCIFISSI” DI VINCENZO FOPPA

Fino al 2 giugno il Museo Diocesano di Milano ospita I tre crocifissi, lo straordinario dipinto di Vincenzo Foppa, il più grande pittore lombardo del Quattrocento, proveniente dall’Accademia Carrara di Bergamo, attualmente chiusa per importanti lavori di ristrutturazione. Tradizionalmente datata al 1456, o riferita al 1450 in base alla recente rilettura dell’iscrizione da parte della critica, la tavola è considerata una delle sue opere più importanti di Vincenzo Foppa (1427-1516 ca.), agli esordi del suo percorso. Un arco di ispirazione classica, ripreso da modelli padovani, introduce la scena e si spalanca su un passaggio incantato, di sapore ancora tardogotico, in cui castelli e paesi conducono lo spettatore fino all’orizzonte vibrante di luce. I corpi dei tre crocifissi, modellati da un sapiente chiaroscuro e prospetticamente impostati, rivelano una precoce attenzione del pittore verso le importanti novità che Donatello proprio in quel momento stava elaborando a Padova, aprendo anche per la Lombardia una nuova stagione artistica. Il dipinto di Foppa offre così l’occasione per approfondire il tema del Rinascimento lombardo, di cui il pittore fu uno degli esponenti più importanti, anche per la conquista di una nuova spazialità. L’esposizione fornisce anche lo spunto per visitare gli affreschi della Cappella Portinari, realizzati dal maestro bresciano tra il 1464 e il 1468, nella basilica di Sant’Eustorgio, attigua al Museo.

(red)

 

A ROMA L’OMAGGIO ALLA NATURA MORTA

Quasi tutti gli artisti italiani del Novecento si sono cimentati con la natura morta, ma è soprattutto nella prima metà del secolo che questo soggetto si può considerare una cartina di tornasole dell’innovazione dei linguaggi e delle poetiche. Più che un genere da perpetuare con consuetudine paziente, è stato un campo di sperimentazione, in cui l’oggetto si è posto ora come veicolo di espressione lirica, ora come tema di ricerca formale. L’impronta originale degli artisti si scorge anche nella “messa in posa” degli oggetti, il più delle volte umili e quotidiani, che, nella loro composizione, a volte diventano motivi metaforici a volte nascondono riferimenti autobiografici. Anche le più significative sperimentazioni delle avanguardie (Futurismo, Metafisica, Astrattismo, ecc.) non rinunciano a misurarsi con la natura morta, ma destrutturano e stravolgono l’oggetto, violando ogni regola accademica, rifiutando la rappresentazione realistica e ricercando nuove relazioni spazio – temporali. Fino al 2 giugno la  Galleria nazionale d’arte moderna di Roma presenta circa 150 fra dipinti, disegni, stampe databili dal 1910 e il 1950 delle oltre 300 opere che il museo possiede su questo genere che la critica ha a lungo considerato come minore e “femminile”; anche per tale motivo le nature morte, soprattutto quelle eseguite dalle donne, sono state più spesso selezionate per il deposito esterno delle opere della Galleria, allo scopo di arredare ambasciate, ministeri e altre sedi istituzionali, in Italia e all’estero. Nell’esposizione, dal titolo “Il fascino discreto dell’oggetto”, spiccano le opere non solo di coloro che della natura morta hanno fatto un cavallo di battaglia, come Morandi, de Pisis, Pirandello, comunque presenti con lavori meno conosciuti ma anche di De Chirico e Manzù.

(red)

 

LIGABUE TRA ARTE E FOLLIA

La mostra “Antonio Ligabue. Istinto, genialità e follia” – fino al 9 giugno al Lucca Center of Contemporary Art della città toscana – ripercorre attraverso circa 80 opere legate alle differenti tecniche espressive (olio su tela, disegni, grafiche e sculture) la storia di uno degli artisti più controversi e imprevedibili della storia dell’arte del Novecento. Un percorso cronologico e stilistico esaustivo, tracciato con la consulenza di Sergio Negri – responsabile dell’autenticazione e della catalogazione generale delle opere di Ligabue – che vuole indagare l’uomo-artista insieme al rapporto tra arte e follia. In esposizione anche tre inediti del grande maestro. L’idea alla base della mostra è legata alla consapevolezza della grandezza di un artista che ha realizzato le sue opere migliori in stati di precaria lucidità. Alterazione mentale? Lucida follia? Genialità compulsiva? Incontrollabile e passionale vena creativa o semplicemente una fusione tra le dimensioni della realtà e del sogno? Tante sono le domande a cui si cerca di dare una risposta attraverso i saggi in catalogo, in particolare quello del neuropsichiatra ed esperto di neuroestetica Gianfranco Marchesi, per comprendere la genialità di Ligabue, inserita in una forma cerebrale tutt’altro che prevedibile. Per approfondire la vita dell’artista, sono proiettati due documentari sulla figura di Ligabue per la regia di Raffaele Andreassi (“Lo specchio, la tigre e la pianura”, vincitore dell’Orso d’argento di Berlino 1961, e “Antonio Ligabue pittore” del 1962) che lo ritraggono nei suoi luoghi, Gualtieri e le campagne. (red)

 

LE MERAVIGLIE DELL’ARTE FIAMMINGA

Il Chiostro del Bramante di Roma ospita da oggi al 2 giugno una grande mostra sui capolavori della dinastia Brueghel che ripercorre la storia e l’eccezionale talento della più importante stirpe di artisti fiamminghi attivi tra il XVI e il XVII secolo, attraverso oltre 100 opere tra dipinti, disegni e grafiche. Attraverso quattro generazioni di pittori della nobile stirpe, la dinastia dei Brueghel ha segnato con il suo talento e la sua visione dell’umanità – a volte grottesca – la storia dell’arte europea dei secoli a venire. La vita a tratti misteriosa e la scarsità di notizie certe sulla biografia del capostipite Pieter Brueghel il Vecchio, sono i presupposti narrativi dell’esposizione che inizia con la relazione tra Brueghel il Vecchio (1525/1530 ca. – 1569) e Hieronymus Bosch. Un altro presupposto storico della mostra è presentare le visioni allegoriche, moralistiche e fantastiche prima d’ora inimmaginabili ma paradossalmente diventate concrete grazie alle conquiste della pittura del Cinquecento. I registri del comico e del grottesco assumono una valenza educativa che il padre trasmette ai figli: Pieter il Giovane e Jan il Vecchio. La dinastia, quindi, comincia ad articolarsi e la mostra trasmette fedelmente la corrispondenza tra le vicende familiari e l’evoluzione pittorica dei protagonisti.  L’esposizione espone anche per la prima volta in assoluto nella Città eterna il capolavoro “I sette peccati capitali” di Hieronymus Bosch. Pieter Brueghel iniziò la sua carriera proprio ispirandosi proprio a questo quadro. (red)

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