“Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie?”. A chiederselo è stato questa mattina Papa Francesco in visita a Lampedusa. A spingere Bergoglio ad andare in Sicilia sono stati proprio quegli “immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”: “Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché”. Ancora una volta papa Francesco ha conquistato i fedeli con la sua genuinità, tenerezza, umanità e semplicità. Ha usato sì parole dolci ma il suo messaggio è stato forte: “Ciò che è accaduto non si ripeta”. “Abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna – ha detto il Pontefice nella sua Omelia dal campo sportivo ‘Arena’, in località Salina, dove ha celebrato la Santa Messa – siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo ‘poverino’, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, – ha fatto notare il Santo Padre – ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione – ha aggiunto il Pontefice – siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro”. E proprio la “globalizzazione dell’indifferenza” ciò che più preoccupa papa Bergoglio che nel suo primo viaggio del Pontificato, a Lampedusa, ha lanciato una sorta di “mea culpa” a nome dell’Occidente per non aver impedito la morte di 20mila immigrati nel Mediterraneo: “La globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: Rachele piange i suoi figli… perché non sono più. Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore – ha continuato il capo della Chiesa – la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo”. Nell’omelia della messa al campo sportivo gremito da 10mila fedeli il Pontefice ha parlato anche di un senso di “disorientamento”: “Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito”. (Gil – 8 lug)