Emigrazione e immigrazione, due facce di una stessa medaglia: gruppi di persone che si spostano da una parte all’altra del mondo e che portano ricchezza umana, culturale e anche economica ai rispettivi paesi di origine e a quelli verso cui si trasferiscono. Immigrati e italiani nel mondo per il semplice fatto di aver deciso di vivere in Italia o di lasciarla, pur contribuendo alla ricchezza del paese, hanno pagato questa scelta con la perdita di alcuni diritti fondamentali. Ed è per questo che se parliamo di immigrazione ed emigrazione, bisogna partire da un tema specifico, quello della cittadinanza. Quello da cui è partita Cecile Kyenge non appena avuto il ministero dell’Integrazione, perché, ha detto oggi il ministro intervenendo al dibattito dal titolo “Migranti allo specchio. Cittadinanza e culture in un mondo in movimento” alla Festa democratica a Genova, la “migliore integrazione è far sentire una persona inclusa, partecipe e protagonista di una comunità. Avendo diritti e doveri di cittadinanza e tra questi anche il voto”. Un dibattito organizzato dall’Ufficio Italiani nel mondo e dal Forum Immigrazione del Pd a cui erano presenti, oltre a Eugenio Marino e Marco Pacciotti, anche i parlamentari eletti all’estero del Pd Claudio Micheloni e Gianni Farina, proprio perché il tema della riforma della cittadinanza in Italia si sta affrontando “anche grazie al contributo degli italiani all’estero e ai parlamentari eletti all’estero” ha detto ancora il ministro Kyenge. Una riforma, quella sulla cittadinanza che riguarderà non solo gli immigrati, e in particolare i figli degli immigrati che nascono in Italia, ma anche gli emigrati italiani all’estero, alcuni dei quali non hanno la cittadinanza italiana solo perché le loro madri emigrate hanno perso la cittadinanza italiana e non hanno potuto trasmetterla ai figli nati prima del 1948. Una riforma che vuole partire dal concetto di Ius soli temperato, la direzione, spiega il ministro, verso cui si stanno muovendo molti paesi. In questo modo i genitori immigrati “possono richiedere la cittadinanza dei figli che nascono in Italia, senza seguire un percorso di integrazione perché – dichiara Kyenge – i figli degli immigrati fanno già lo stesso percorso dei bambini nati da genitori italiani”, andando a scuola e vivendo nella stessa società fin dal primo giorno della loro vita. Quando parliamo di immigrazione, aggiunge il ministro, spesso “sottovalutiamo gli aspetti strutturali” e la vediamo solo come un problema perché “non vediamo l’effetto positivo immediato, ma è la base per la costruzione dell’Italia del futuro, l’Italia migliore”. Una sorta di miopia, insomma, che si accompagna a una memoria spesso troppo corta: “In Italia – ha detto Farina – c’è una forte mancanza di memoria, il paese ha smarrito la sua storia, la storia dell’emigrazione italiana nel mondo: come siamo stati discriminati, come abbiamo lottato per costruire un processo virtuoso di integrazione e cittadinanza”. Un paese che dimentica, nonostante in ogni famiglia italiana ci sia almeno un’esperienza di emigrazione vecchia o nuova. “La costante dell’emigrazione – spiega Marino – è uno dei tratti fondamentali del nostro paese” ed è importante ricordarlo per affrontare meglio le tematiche legate ai nuovi italiani soprattutto di fronte a una crisi economica grave, a cui non si può “rispondere con una chiusura in se stessi – dice ancora Marino – ma cercando di stare insieme e trovando soluzioni condivise”. “Emigrazione e immigrazione – insiste Marino – non sono un costo o un problema di sicurezza, ma sono una risorsa culturale ed economica”. Per costruire un nuovo paese inclusivo è necessario partire dalla scuola dove crescono i nuovi cittadini, “formando gli operatori della scuola – dice Pacciotti – a cogliere questo cambiamento che sarà sempre più frequente. Si è parlato tanto di legge sulla cittadinanza, di ius soli. Non esiste una legge ma una tendenza, i bambini avranno sempre più spesso un’identità plurima”. Un altro elemento di “integrazione o interazione è il diritto di voto – ha aggiunto Pacciotti – Chi non vota conta meno di chi vota”. Sul tema del voto è tornato anche Micheloni che ha raccontato dell’esperienza del Cantone svizzero-francese di Neuchatel, dove è cresciuto: lì “il diritto di voto amministrativo – racconta il senatore del Pd – è stato concesso nel 1865 e da una decina di anni votiamo anche sul piano cantonale. La qualità dell’integrazione è migliore di qualsiasi altro Cantone del paese. E’ nel nostro interesse e nell’interesse della democrazia facilitare questo processo di integrazione”. “L’integrazione – aggiunge Micheloni – è un’utopia, ma è un’utopia che dobbiamo rincorrere tutti i giorni”. E’ possibile raggiungerla solo se il migrante passa “da oggetto politico a soggetto politico; la cittadinanza vuol dire questo”. (Cle – 3 set)