Roma, 11 set – “Non si può immaginare la sofferenza provata in termini di lunghezza; bisogna interpretarla in termini di secondi, non di ore, giorni o mesi. Perché ognuno di quei secondi bisogna riempirlo di qualcosa, per far sì che ognuno di essi non sia vuoto, abbia un senso. Alcuni di questi modi, io e il mio compagno di prigionia (l’insegnante belga Pierre Piccinin, ndr) li abbiamo inventati: raccontarci delle storie, raccontarci le favole di quando eravamo bambini usando uno la lingua dell’altro, facendoci dei quiz di storia e letteratura; entrambi non siamo credenti, per cui la presenza o l’assenza di Dio in tutti quei secondi è importante per resistere, per arrivare al secondo dopo, al minuto dopo, al giorno dopo. I nostri carcerieri ci dicevano: vi libereremo presto, anzi domani. Poi, quando ovviamente questo non succedeva, si divertivano a vedere la disperazione campeggiare sul nostro volto. E allora aggiungevano: insciallah, se Dio vuole. Era, per loro, una specie di valvola di sicurezza per non mentirci del tutto. E allora anche noi, quando ci dicevano: vi libereremo domani, rispondevamo: insciallah. Persino l’ultimo giorno ce l’hanno detto, e quindi non ci credevamo, pensavamo all’ennesima beffa”. Così Domenico Quirico, inviato de “La Stampa”, liberato dopo 5 mesi di prigionia, a “Prima di tutto”, su Rai Radio 1.
(red)