L’Italia è il paese della buona tavola, del cibo di qualità, di prodotti unici al mondo. Buona parte del merito di questa unicità è rappresentato dal settore agroalimentare, da sempre fiore all’occhiello del made in Italy che però non riesce a scrollarsi di dosso le vesti di Cenerentola. Oltre alla crisi, a rendere ancora più complicato negli ultimi anni lo sviluppo di questo settore vitale per l’economia del Paese, anche l’appetito delle mafie. Camorra, Cosa Nostra, ‘Ndrangheta hanno messo le mani su un business, quello dell’agroalimentare, il cui giro d’affari si attesta attorno ai 14 miliardi di euro l’anno, 7 dei quali provenienti solo dalla produzione agricola. Questi alcuni dei dati emersi da “Agromafie. Secondo rapporto sui crimini agroalimentari in Italia” Eurispes-Coldiretti. Le organizzazioni criminali sono impegnate a 360 gradi in questo business miliardario: controllano in molti territori la distribuzione e il trasporto dei prodotti agroalimentari, attraverso le estorsioni e le intimidazioni impongono la vendita di determinate marche e di determinati prodotti agli esercizi commerciali. In alcuni casi, come avvenuto al mercato ortofrutticolo di Fondi, uno dei più importanti del Centro-Sud, addirittura si riuniscono in un vero e proprio “cartello” e impongono i prezzi a frutta e verdura. Approfittando della crisi economica e delle restrizioni al credito operate dalle Banche rilevano direttamente aziende, imprese e attività commerciali in difficoltà. Almeno 5 mila locali di ristorazione in Italia sono gestiti, attraverso prestanome, dalla criminalità che non solo in questo modo produce profitti, ma riesce anche a riciclare denaro sporco. I reati nel ramo agroalimentare che vedono le mafie come attori principali spaziano dall’usura al racket, dai furti di attrezzature agricole all’abigeato, dalle macellazioni clandestine ai danneggiamenti delle colture, dalla contraffazione all’abusivismo edilizio, dall’agropirateria al saccheggio del patrimonio boschivo, dalle truffe ai danni dell’Unione europea fino a veri e propri crimini ambientali come quello del traffico di rifiuti tossici. L’Italia è il terzo paese nell’Unione europea, dopo Olanda e Belgio, per deficit di suolo agricolo e il quinto su scala mondiale: dagli anni Settanta ad oggi, infatti, la perdita di superficie agricola nel nostro Paese ha interessato una superficie pari a 5 milioni di ettari, un’area equivalente al territorio delle regioni Liguria, Lombardia e Emilia-Romagna. Dal dopoguerra si è assistito ad un vorticoso aumento del consumo di suolo a danno soprattutto di terreni agricoli e aree boscate. E’ il risultato di uno sfruttamento “criminale” del territorio: si è scelto nel tempo un modello di sviluppo a breve termine, focalizzato su un’economia che ha prodotto inquinamento e ha compromesso, in maniera talvolta irreversibile, l’equilibrio naturale e la capacità di rigenerazione del ciclo ambientale. A causare la contrazione dei suoli agricoli sono stati l’abbandono dei terreni, uno sviluppo industriale “criminale” (vedi i casi di Taranto, Bagnoli, Scarlino o Porto Torres) e la cementificazione, un fenomeno che dagli anni Cinquanta a oggi ha interessato un’area di 1,5 milioni di ettari, equivalente all’intera Regione Calabria. In soli 15 anni i Comuni hanno rilasciato permessi per costruire pari a 3,8 miliardi di metri cubi, oltre 250 milioni di metri cubi l’anno. Appare evidente dunque che la situazione in cui versano gli agricoltori italiani stretti tra la concorrenza straniera, dai costi non comprimibili e dall’aumento dei margini della distribuzione. Nell’ultimo decennio si è registrato un vero e proprio crollo dei redditi degli agricoltori la cui quota per ogni 100 euro prodotti dalla filiera è scesa da 7,6 a 1,5 euro. Di contro i prezzi per l’ortofrutta moltiplicano in media di tre volte dalla produzione al consumo: i ricarichi variano dal 77% nel caso di una filiera cortissima, del 103% nel caso di un intermediario, del 290% nel caso di due intermediari, fino al 294% per la filiera lunga. E proprio dietro tanti passaggi molto spesso c’è la longa manus delle mafie. Negli ultimi anni di straordinaria importanza è stato il ruolo delle forze dell’ordine: i Nas dei Carabinieri solo nel 2011 hanno effettuato 38.696 ispezioni accertando ben 22.206 infrazioni (+8%). Le regioni con il più alto numero di reati riguardanti il settore agricolo sono state Lazio e Campania rispettivamente con 2.091 e 2.011 reati. Impegnatissimi anche gli uomini della guardia di finanza che nel solo 2012 hanno sequestrato prodotti alimentari per un totale di 10.649.040 chili ed effettuato, fra l’altro, controlli del settore “Frodi comunitarie-Aiuti all’agricoltura”. Friuli Venezia Giulia, Abruzzo e Sicilia sono le regioni che hanno registrato una prevalenza di fenomeni fraudolenti riguardanti l’indebita percezione o richiesta di contributi europei. In aumento anche gli illeciti amministrativi registrati dal corpo forestale: 105 reati accertati e 154 persone segnalate. Sono in totale 11.238 i beni immobili confiscati in Italia tra appartamenti, ville, capannoni, terreni, alle associazioni mafiose. In particolare in Sicilia sono stati confiscati 4.892 beni, in Calabria 1.650, in Campania 1.571 e in Puglia 995. A conferma della crescente penetrazione da parte delle organizzazioni mafiose anche nelle regioni del Nord, va sottolineato che i beni confiscati in Lombardia sono stati 963, una cifra di tutto rispetto. Nel solo 2012 sono stati sequestrati e confiscati 1.674 aziende. Il riutilizzo di questi beni non ha più, come accadeva fino a qualche anno fa, un ruolo meramente simbolico o di testimonianza. I beni confiscati costituiscono ormai risorse diffuse sul territorio, utili a fungere da volano per interventi organici e strutturati di sviluppo locale, insomma risorse preziose per creare nuova occupazione e migliorare il benessere sociale ed economico. (Red – 20 ott)
