(4 dic) “La tecnologia per riconoscere volti e gesti esiste da tempo. La nostra nuova sfida è unire quanto sappiamo e fare un passo in più, creando il punto d’incontro tra tecnologia e vita sociale, ovvero l’interfaccia che permetta al non vedente di superare le ultime barriere all’inclusione”. Parla di disabilità, ricerca e socializzazione Marcello Pelillo, docente di Intelligenza artificiale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Sarà lui, infatti, a intervenire a Boston – venerdì 6 dicembre – al workshop “Challenges 2013”, appuntamento organizzato dalla fondazione Bocelli e dal Massachusetts Institute of Technology. La giornata di studi, inserita tra gli eventi dell’anno della cultura italiana negli Usa, sarà aperta da un intervento del maestro Andrea Bocelli e vedrà riuniti nomi di eccellenza internazionale nei campi della ricerca scientifica e tecnologica e dell’economia dello sviluppo. I computer avanzati possono “vedere” un sorriso, ma far sì che anche un cieco riceva il messaggio rimane un obiettivo da raggiungere per scienza e tecnologia. Un gruppo di ricercatori italiani intende però cogliere la sfida. Il progetto di ricerca “made in Italy” redatto con la collaborazione dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti (Uic), prevede almeno due anni di studi e partirà appena saranno trovati i finanziamenti necessari. Obiettivo è migliorare le relazioni sociali dei non vedenti tramite soluzioni tecnologiche innovative, poco invasive e a basso costo, basate su smartphone e microtelecamere. Le università coinvolte sono Ca’ Foscari Venezia, Siena, Trento, Palermo, Firenze e Modena e Reggio Emilia. Pelillo, coordinatore scientifico del progetto spiega così l’innovativa ricerca: “Del ruolo della comunicazione non verbale si parla almeno dai tempi di Darwin. Oggi abbiamo la tecnologia per far sì che i computer possano analizzare e interpretare comportamenti e ‘segnali sociali’, come le espressioni facciali, i gesti, la postura del corpo. Segnali – aggiunge il prof dell’Università Ca’ Foscari – che consentono di ottenere informazioni sull’umore, l’atteggiamento e le reazioni degli interlocutori”. Nel mondo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono circa 285 milioni le persone con gravi problemi alla vista. Il 90% vive in paesi in via di sviluppo. In Italia, l’Istat conta circa un milione di persone con disabilità visiva, di cui 362mila non vedenti. La tecnologia fornisce già prodotti o prototipi che assistono ciechi e ipovedenti a muoversi nello spazio o usare oggetti, persino leggere, comunicare e tenersi informati tramite i dispositivi mobili di nuova generazione, e il tutto per una sempre più maggiore integrazione sociale e lavorativa in piena autonomia. La novità dell’approccio dei ricercatori italiani sta però nell’interesse per la sfera sociale, fatta di incontri e riunioni, momenti di vita quotidiana nei quali è importante cogliere e interpretare espressioni del volto e gesti, identificare volti amici o sconosciuti. La strumentazione sarà in grado di “imparare”, conoscendo persone e luoghi al punto da essere in grado di segnalare situazioni anomale, come la presenza di un nutrito gruppo di persone in un luogo usualmente deserto. Come comunicare queste informazioni a un non vedente? Le informazioni uditive, è stato riscontrato, colmano già la percezione di ciechi e ipovedenti: ulteriori stimoli audio potrebbero generare confusione e quindi in un certo senso risultare inutili allo scopo. I ricercatori lavoreranno dunque con molteplici tecnologie (multimediali e di visione artificiale, interfacce tattili Braille) modulandone l’utilizzo secondo quanto sperimentato in collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti. “La possibilità di poter interagire con il mondo circostante – spiega Barbara Leporini presidente dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti della Toscana e ricercatore in informatica presso l’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione del Cnr di Pisa – può indubbiamente aprire nuovi orizzonti non solo in ambito sociale privato, ma anche nel settore lavorativo favorendo una maggiore inclusione nei gruppi e tavoli di lavoro. La ricerca e le nuove tecnologie – aggiunge – devono del resto servire anche a questo tipo di utilizzo al fine di rimuovere o ridurre, per quanto possibile, quelle barriere della comunicazione con le quali le persone non vedenti si trovano a dover fare i conti quotidianamente”. (PO/Gil)