“IL CIBO IMMAGINARIO” DELLA PUBBLICITA’
“Il Cibo Immaginario. 1950- 1970 Pubblicità e immagini dell’Italia a tavola”, fino al 6 gennaio al Palazzo delle Esposizioni di Roma, racconta venti anni di vita e costume italiani attraverso iconografia, stili e linguaggi della pubblicità del cibo e dei riti del mangiare. Oltre 300 immagini, rendono fruibile per la prima volta al grande pubblico un percorso ragionato nel linguaggio estetico delle pubblicità del cibo che hanno sorriso agli italiani dalle pagine dei rotocalchi, alimentando un sistema di ambizione e di rincorsa sociale e che, viste oggi, a distanza di decenni, restituiscono intatta l’immagine di una nazione che aveva fiducia in se stessa e che, pur con tutti i suoi tratti d’ingenuità, era in cammino verso la modernità. In mostra riviste, depliant, cataloghi premio, agende per la casa, calendari, locandine, cartoline illustrate, fotografie, figurine, fumetti ma anche latte pubblicitarie, oggetti ed utensili promozionali. Le immagini sono raccolte in dodici grandi temi: dall’Italia che cambia il suo paesaggio domestico con nuove forme, oggetti e colori all’Italia dei baby boomer, dall’Italia del tempo libero all’Italia degli intenditori, dall’Italia che sogna con i concorsi a premio all’Italia che scopre il risparmio e le offerte speciali, dall’Italia che seduce all’Italia in famiglia e, in ultimo, a fine percorso, 28 fotografie restituiscono l’immagine dal vivo di com’era l’Italia alla quale quelle pubblicità parlavano e che, anche attraverso quelle pubblicità, sognava il suo futuro. La mostra ideata e curata da Marco Panella e prodotta da Artix in collaborazione con Gruppo Cremonini e Coca-Cola Italia. (red)
L’ARTE RILEGGE LA STORIA DEL PANE
Si tiene fino al 26 gennaio allo Spazio Oberdan della Provincia di Milano una grande collettiva che conduce a esplorare il “cammino” del pane. Dalla pagnotta “preistorica” di Lelo Cremonesi, con le tipiche figure rupestri, alla forma di terracotta, morbida e sensuale, che evoca colline o seni di madri nutrici nell’opera di Pasquale Ninì Santoro o la madre come origine nel lavoro di Walter Valentini e di Carla Cacianti. E il grano e la farina offerti da una sorta di cordone ombelicale secondo la visione che Silvia Cibaldi propone con la sua installazione e il mito di Cerere e Persefone nei lavori di Mario Raciti e di Mariangela De Maria. E ancora: Valerio Gaeti, con legno, cenere, spine, rimanda ai culti praticati per la conservazione degli alimenti tramite la cenere. Ci sono la tavola senza commensali di Elke Pollack e la tavola di Marina Gasparini, completamente realizzata in organza di seta. Gabriella Benedini con l’opera “Il canto del pane” introduce nel drammatico destino del poeta armeno Daniel Varujan. “Discarica” è il titolo della spiazzante opera di Iuccia Discalzi Lombardo, un imponente ammasso di materiali differenti e disordinati, materiali di scarto trasformati e rivisitati, per poi diventare soggetto di una chiara e allusiva metafora. In mostra sono proposti anche due video, molto differenti tra loro: “Mein Koma” (Pane e risvegli) di Nicola Bettale e “A sud di nessun nord” di Gaetano Fracassio. Durante la mostra sono previsti due eventi collaterali: la proiezione del film del regista Beppe Arena “Il fuoco che non muore mai” sulla vita di Tina Modotti (20 gennaio) e la performance musicale di Christopher Pisk, che esegue al pianoforte “Panis Noster” (14 gennaio), poema sinfonico composto per il progetto pluriennale “Non di solo pane” ideato dalla associazione Sblu_Spazioalbello, del quale la mostra fa parte. (PO / red)
IL CENTROSINISTRA “DA FANFANI A MORO”
Si tiene fino al 17 dicembre, presso l’atrio dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna, a Bologna, la mostra fotografica “Centrosinistra: da Fanfani a Moro 1958-1968”. Il catalogo – introdotto dalle presentazioni del presidente del Senato Pietro Grasso e dal rettore dell’ateneo bolognese, Ivano Dionigi – è curato da Guido Gambetta e Salvatore Mirabella dell’Università di Bologna. Per la realizzazione della mostra (che prima di Bologna è stata allestita alla Biblioteca del Senato) sono state utilizzate fotografie tratte dall’archivio del fotografo Rodrigo Pais. (red)
PADOVA OMAGGIA TONI BONI
La mostra “Toni Boni, un padovano nell’arte del Novecento” – fino al 26 gennaio a Padova, a Palazzo Zuckermann – rende omaggio all’artista, scomparso nel 1980 all’età di 73 anni, che con la sua figura e le sue opere ha attraversato quasi interamente il secolo scorso. Organizzata dal Comune di Padova, l’esposizione riunisce una selezione di opere realizzate tra gli anni Trenta e Settanta, tutte provenienti dalla collezione Rinaldi-Tonello. I lavori – sculture in marmo, terracotta e bronzo, graffiti su marmo e disegni – ripercorrono le tappe di una produzione ricca e articolata, riscoperta e apprezzata solo da poco tempo. Emerge la centralità della figura umana, restituita attraverso la chiave di un’imponenza austera ed essenziale, talvolta memore dell’antica tecnica del non-finito. Cari furono a Toni Boni personaggi e momenti legati alla quotidianità popolare, filone al quale si può senza dubbio ascrivere Ea Gaetana, scultura esistente sia in terracotta sia nelle versioni in bronzo, che riproduce le fattezze di una donna realmente esistita e conosciuta a Padova negli anni Cinquanta. Altra opera che esemplifica, nella scelta dei temi, il ricorso all’uomo e alla sua corporeità è Il pugile sconfitto, in terracotta dipinta, che, adottando modelli e stereotipi di epoca fascista, coglie la fierezza e la virilità dell’atleta nonostante la disfatta. Interessanti sono poi i risultati raggiunti dall’artista nei disegni e nei graffiti su marmo. A questi si affiancano richiami al Novecento italiano e, per la scultura, ad Arturo Martini, tutti precedenti dai quali però Toni Boni seppe emanciparsi per tracciare un percorso originale, ammirato tra gli altri anche dall’artista Tono Zancanaro, dal critico Ugo Nebbia e dal grande architetto, designer e saggista Gio Ponti. (red)
IL “TOUR” DELLA SAGRADA FAMILIA PARTE DA LORETO
La Basilica della Sagrada Familìa di Barcellona, quale seguito al successo delle celebrazioni dedicate ad Antoni Gaudì in Vaticano e a Roma nel 2011, ha realizzato una mostra itinerante internazionale che prende ora il via dal Palazzo Apostolico di Loreto, il luogo da cui la Sagrada Famìlia trae la sua primaria ispirazione. Fino al 12 gennaio è allestita nelle Cantine del Bramante l’esposizione “Gaudì e la Sagrada Famìlia”. La scelta di Loreto ha una stringente connessione architettonica e religiosa con il tempio gaudiniano. L’Associazione dei Devoti di San Giuseppe, fondata nel 1866 dal libraio Josep Maria Bocabella, Ente promotore della costruzione del Tempio Espiatorio della Sagrada Família, diede il via al cantiere della Basilica barcellonese con la premessa di costruire una copia della Basilica di Loreto, ispirandosi alla celebre reliquia della Santa Casa di Nazareth, dove secondo la tradizione vissero Giuseppe, Maria e Gesù, ossia la Sacra Famiglia. La rassegna racconta in modo affascinante, pur se rigorosamente scientifico, l’essenza di tutti quegli elementi: religiosi, architettonici ed artistici, che rendono la Sagrada Familìa uno fra i templi di maggiore interesse e curiosità del mondo. Di particolare interesse è l’esposizione dei metodi di lavoro all’interno del tempio, un cantiere vivo e attivo tutti i giorni, le sue peculiarità nel lavoro architettonico e ingegneristico il cui fine è quello di terminare la costruzione della Basilica verosimilmente entro il 2026, che coincide con il centenario della morte di Antoni Gaudì (1852-1926). Offerto anche un tour virtuale all’interno del tempio ed una sala dedicata alla preghiera: uno spazio di meditazione che ricrea l’atmosfera interna della basilica barcellonese. (red)