(5 feb) Ci sono i medici che da Massa Carrara partono per l’Eritrea, quelli che da Milano prendono il volo per la Cambogia o per l’Uzbekistan, oppure ancora quelli che a Torino si imbarcano per Somalia o Birmania. Sono cardiochirurghi, cardiologi e anestesisti e hanno tutti lo stesso obiettivo: salvare i bambini che in quei Paesi nascono affetti da una grave cardiopatia o da una malformazione congenita al cuore e rischiano la vita. E al di là della città dalla quale provengono o dall’ospedale nel quale lavorano, hanno una caratteristica in comune: quando partono per l’estero, lo fanno tutti in qualità di volontari. “In Cambogia – racconta ad esempio Stefano Marianeschi, responsabile cardiochirurgia pediatrica all’Ospedale Niguarda di Milano – operiamo presso l’Angkor Hospital for Children di Siem Reap, dove i medici locali sono già in grado di intervenire direttamente su numerosi difetti cardiaci congeniti. Durante le nostre missioni – due già realizzate e altre due in programma per il 2014 – operiamo i casi più complessi e dedichiamo almeno un’ora al giorno alla formazione del team locale, in modo da renderlo col tempo completamente autonomo”. “Dopo numerose missioni in Eritrea, ad Asmara – racconta la Dottoressa Nadia Assanta, cardiologa pediatra all’Ospedale del Cuore “Gaetano Pasquinucci” di Massa – ci siamo resi conto che molti bambini lì diventano cardiopatici in seguito a banali mal di gola da streptococco non curati. Per questo oltre alle missioni ‘operatorie’ abbiamo avviato, in collaborazione con il ministero della Salute eritreo, un programma di prevenzione: andiamo nelle scuole per spiegare ai bambini cosa sia il mal di gola e come curarlo, in modo che non degeneri in affezione reumatica al cuore”. A farsi carico dei costi di viaggio all’estero e della logistica delle missioni è la Fondazione milanese “aiutare i bambini” attraverso il progetto “Cuore di bimbi” avviato nel 2005. “Il primo bambino che abbiamo potuto operare grazie al nostro progetto – racconta Goffredo Modena, presidente di “aiutare i bambini” – si chiamava Elvis e aveva 8 anni: nel suo Paese, lo Zimbabwe, mancavano non solo medici in grado di operarlo, ma anche un’adeguata struttura ospedaliera. Così lo portammo in Italia: venne operato con successo a Bologna, e tornò poi in Zimbabwe dove ora vive felicemente”. (Red)