IL PUNTO DI PAOLO PAGLIARO
La campagna in vista delle elezioni europee del 25 maggio sarà una straordinaria vetrina per gli euroscettici e i nazionalisti di ogni contrada.
La presidente del Front National Marine Le Pen e il leader del Partito per la libertà olandese (Pvv) Geert Wilders hanno già sottoscritto l’accordo per far nascere un gruppo unico all’Europarlamento, e ora attendono le adesioni dei separatisti fiamminghi, della destra svedese, degli alternativi tedeschi, dei liberali austriaci e, forse, della Lega Nord. Poi ci sono i leghisti finlandesi, i nazionalisti cèchi, i neonazisti greci. In tutti i paesi, chi cerca voti facili sa che la via più breve è il processo all’Europa e alla sua leadership.
L’attacco all’Unione europea è diventato uno sport popolare persino in Germania, dove il 48% dei cittadini pensa addirittura che l’adesione all’Unione gli abbia causato degli svantaggi personali.
Il socialdemocratico Martin Schulz, candidato alla guida della Commissione, pensa invece che se l’Unione fallisse l’Europa si congederebbe dal consesso delle potenze mondiali e in pochi decenni perderebbe il suo benessere e la sua sicurezza.
Schulz lo spiega da anni ai suoi connazionali e da oggi anche agli italiani, in un libro intitolato “Il gigante incatenato” (Fazi editore). Se l’Unione fallisse, scrive Schulz, l’euro si dissolverebbe, tornerebbero i controlli di dogana e di frontiera, con meno scambi e meno crescita. Si abbasserebbero gli standard di difesa dell’ambiente, dei dati personali e dei consumatori, l’Europa diventerebbe marginale nel commercio e nella politica internazionale e nel nostro continente si diffonderebbe di nuovo il cupo nazionalismo che già una volta ha portato il mondo alla catastrofe.
Il diritto europeo – il trattato di Lisbona – prevede che un Paese membro lasci l’Unione. È possibile rinunciare alla propria appartenenza all’Ue per tentare la fortuna da soli. Ma sarebbe il caso di pensarci bene. (17 feb)