A un anno dalla fumata bianca, Massimo Franco è andato a Buenos Aires per raccontare la storia di Papa Bergoglio (“Il Vaticano secondo Francesco”, Mondadori) e dice di non aver trovato argentini sorpresi da quello che Francesco sta facendo a Roma. È come se il papa ripetesse su scala globale un canovaccio già scritto e sperimentato a Buenos Aires.
Quasi nessuno tra chi conosce Bergoglio, era per esempio disposto a scommettere che sarebbe andato a vivere negli appartamenti papali. E lui infatti non ci ha mai messo piede, preferendo l’ospizio di Santa Marta e la sua mensa, metafore di un cattolicesimo che – osserva Franco – ha deciso di appartarsi in un angolo periferico del Vaticano per curare le sue ferite e riprendere vigore, dopo una malattia dell’anima affiorata di colpo e in modo traumatico.
L’arcivescovo che usava gli autobus e la metropolitana, che ascoltava quasi tutti i potenti ma non si mischiava con nessuno di loro, “non poteva” – dicono nella sua città – trasformarsi in altro.
Abituato a soccorrere paraguayani, peruviani, boliviani, argentini delle regioni interne più arretrate, che attraversano confini nazionali ed economici senza documenti, per ingrossare le file del sottoproletariato urbano delle megalopoli, Bergoglio non poteva che andare a Lampedusa per lanciare il suo grido a favore degli immigrati africani che attraversano il Mediterraneo.
E’ il papa dei barbari, dicono di Francesco nella sua ex università. Sa che quelli arrivati ai tempi dell’impero romano portarono nuovo sangue e aiutarono Roma a superare la sua decadenza.
Nel libro di Massimo Franco si spiega come un papato accessibile, frugale, refrattario a seguire un’agenda dettata da altri, stia rivoluzionando la Chiesa cattolica, destrutturando la curia, la segreteria di stato, lo Ior. A un anno dall’elezione di papa Francesco, è la cronaca di un’impresa titanica, che la potente lobby vaticana dello status quo tenta in ogni modo di contrastare. Il finale non è scritto.