Da una parte c’è la versione, diciamo così, minimalista secondo cui le elezioni europee, quest’anno come in passato, conteranno poco o nulla. Dall’altra c’è chi dice che no, questa volta o si fa l’Europa o la si disfa.
Alla prima corrente di pensiero appartiene il professor Giovanni Orsina, professore di storia contemporanea alla Luiss, che al Foglio spiega perché quelle di maggio saranno elezioni inutili, ininfluenti sugli equilibri di potere. Secondo Orsina, le europee offrono agli elettori la possibilità di esprimere tutto il loro malcontento. Poi, tuttavia, alle politiche o alle amministrative prevale la logica del voto utile.
E’ della stessa opinione la sondaggista Alessandra Ghisleri, che ricorda come nel 1999 Emma Bonino arrivò all’8 per cento, un risultato clamoroso. Ma alle successive elezioni politiche, i radicali sfiorarono l’estinzione.
Solo in Italia – dove, come osserva Orsina, la classe politica vive istericamente attaccata al consenso minuto per minuto – le elezioni per l’Europarlamento vengono presentate come il giorno del giudizio. E pazienza se di questa assemblea, dopo averla eletta con tanta passione, tutti poi per cinque anni dimenticheranno l’esistenza.
Ma l’altra corrente di pensiero dice che no, che questa volta sarà diverso per un paio di motivi. Innanzitutto perché gli elettori potranno indicare per la prima volta il nome di un candidato alla presidenza della Commissione. E poi perché quello di maggio sarà di fatto un referendum in cui alcune centinaia di milioni di persone dovranno dire se ha ancora un senso cedere pezzi di sovranità nazionale a un disegno e a una moneta comuni. O se è meglio – come suggeriscono gli euroscettici – che ciascuno torni a badare a se stesso.
Dunque saranno elezioni molto politiche, in cui per vincere non basterà più l’europeismo pigro, acritico e politicamente corretto, ma servirà una convincente idea di futuro. (27 mar)