Ora che i trentenni e quarantenni con Renzi hanno conquistato il potere, sarà contento il filosofo Remo Bodei, che nei suoi scritti da tempo sostiene che serve una redistribuzione dei beni materiali e immateriali tra le generazioni. Lo scrive anche nel suo ultimo libro (“Generazioni”, Laterza) in cui auspica un nuovo patto tra giovani, adulti e anziani, un patto più equo e lungimirante.
Per la verità in Italia la solidarietà tra generazioni, nonostante le apparenze, è da tempo una delle più importanti risorse nazionali, se la si misura in termini di scambi, contatti e aiuto reciproco. I conti li ha fatti la sociologa Maria Letizia Tanturri, giunta alla conclusione che i trasferimenti di tempo e risorse tra le generazioni da noi sono molto più intensi che negli altri Paesi, dove i ragazzi se ne vanno di casa a 20 anni e non a 30 o a 35 come da noi.
Il nostro welfare familiare, e dunque generazionale, è talmente forte da aver ritardato lo sviluppo del welfare pubblico. Secondo alcuni studiosi come Ichino e Rosina ha contribuito anche a perpetuare le disuguaglianze. Ma resta sicuramente una risorsa preziosa, e in questi anni di crisi ha consento all’Italia di limitare i danni.
La solidarietà tra generazioni è attesa però a prove difficili, perché più labili si stanno facendo i confini. Su 100 persone con più di 65 anni, oggi solo 53 si definiscono anziane, il 41% pensa di essere semplicemente adulto e il 6% si definisce addirittura giovane.
Nell’immaginario collettivo – osserva Bodei – la vecchiaia viene spesso mascherata, negata fin quasi a comportarsi come se non esistesse. Tramonta la ‘natura umana’ così come l’abbiamo finora conosciuta e, grazie alle biotecnologie, si altererà forse, in un imprevedibile futuro, anche l’attuale scansione delle età della vita.
Il rischio, sembra di capire, è che alla fine saremo solidali solo con noi stessi. (7 apr)