I bagni di folla in Piazza San Pietro non devono trarre in inganno. Un’indagine condotta l’anno scorso dalla Fondazione Bertelsmann su 14.000 cittadini di 13 nazioni (Israele, Corea del Sud, Canada, Stati Uniti, India, Brasile, Turchia, Germania, Svezia, Gran Bretagna, Spagna, Francia e Svizzera) ha documentato un generale declino nella diffusione della religiosità. Nell’ultrareligiosa America, ad esempio, non più di un intervistato su 4 si è detto d’accordo con l’affermazione secondo cui solo i politici che credono in Dio sono adatti a un incarico pubblico. La categoria che negli Stati Uniti sta conoscendo il maggiore incremento è quella dei “senza religione”, in cui è compreso il 20 per cento della popolazione totale e il 32 per cento dei giovani. Quanto all’Europa, solo una quota variabile tra il 30 e il 50 per cento afferma di considerare la religione un aspetto importante della propria vita. Quando si è occupata dell’Italia, qualche anno fa, la Fondazione Bertelsmann ha messo in luce alcuni aspetti tutt’altro che scontati. Agli intervistati era stato chiesto quale fosse l’ influenza della religiosità sulle diverse aree della propria vita. Ne era risultato che per la metà o più degli italiani la religiosità incide significativamente sulla vita familiare ed i suoi eventi cruciali, gioiosi o tristi; sulla ricerca del senso dell’esistenza, sul confronto con il dolore e con le crisi, sul rapporto con la natura. Minore è invece l’influenza della religiosità in materia di lavoro e di occupazione, di gestione della sessualità, di tempo libero e soprattutto di politica. Il che contribuisce a spiegare perché siano vani i ricorrenti tentativi di riportare in vita un partito dei cattolici. (30 apr)