Il villaggio globale sarebbe quel posto in cui le distanze fisiche e culturali si annullano e tutti partecipiamo, almeno col cuore, del destino di tutti. Sono dunque nostre sorelle, come ha ricordato ieri sul Corriere della Sera Barbara Stefanelli, le trecento ragazze rapite nelle ultime settimane in Nigeria da commandos di terroristi islamici, che le hanno sequestrate nel dormitorio di una scuola o nelle loro case.
Sono tenute prigioniere nella foresta e dopo aver verosimilmente subito ogni sorta di violenza verranno vendute a pochi dollari l’una, sempre che qualcuno non riesca a liberarle.
In un villaggio globale, non dovrebbero mancare uomini e strumenti da utilizzare, almeno una volta, non per conservare gli equilibri strategici ma per salvare trecento bambine rapite dagli orchi. Sarebbe finalmente un buon uso delle costose politiche che ci vogliono sempre più armati e sempre più reattivi di fronte a ipotetiche offese.
E quale sarebbe un’offesa meno ipotetica e più grande di questa?
Il villaggio globale è invece quel posto in cui tra poche settimane o pochi mesi le studentesse rapite perché ritenute colpevoli di ricevere un’istruzione, potrebbero finire come schiave del sesso sulle strade europee. La giurista Esohe Aghatise, consulente delle Nazioni Unite sul fenomeno della tratta, ha detto a Lettera 43 che sono molte migliaia le ragazze sequestrate in Nigeria che arrivano ogni anno in Italia. Arrivano come gli altri immigrati, caricate sui barconi che attraversano il Mediterraneo. O imbarcate dai rapitori sugli aerei, perché la legge nigeriana prevede che gli uomini possano sposare le minorenni e che una donna sposata possa avere il passaporto. E nel villaggio globale, come è noto, le leggi si rispettano.
(9 mag)