Onorabilità è un sostantivo che in parlamento suscita ancora molte diffidenze. Recentemente, i senatori Alberti Casellati, Bernini, Bruno, Fazzone e Zanettin – essendosi imbattuti nel requisito di onorabilità previsto dalla legge per i commissari degli enti locali – hanno presentato una sfilza di emendamenti perché nel testo l’onorabilità fosse sostituita da sinonimi come dignità, rispettabilità, buon nome, reputazione, onestà, integrità, prestigio. Tutte splendide virtù, ma inafferrabili. L’onorabilità invece – intesa come unità di misura della reputazione di chi viene chiamato a importanti incarichi – è un concetto molto preciso.
Il 24 giugno 2013, una direttiva del ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni aveva stabilito che perdesse il requisito dell’onorabilità chi –nominato ai vertici di una società controllata o partecipata dal Tesoro – risultasse condannato o rinviato a giudizio per reati di un certo tipo. Saccomanni riteneva che condanne e rinvii a giudizio dovessero comportare rispettivamente la decadenza e l’ineleggibilità dei manager. Il ministro aveva così accolto una sollecitazione del Parlamento – nota come mozione Tomasselli – approvata sull’onda dello scandalo Finmeccanica con una maggioranza molto ampia, comprendente anche il Movimento 5 Stelle.
Ma il requisito dell’onorabilità continua ad avere poca fortuna ai piani alti del capitalismo di stato. Invitato a inserire nello statuto dell’Eni la clausola etica suggerita dal parlamento e dal ministero dell’economia, l’8 maggio il 39% degli azionisti ha detto no, facendo mancare la necessaria maggioranza dei 2/3. Paolo Scaroni, l’amministratore uscente che la clausola di onorabilità avrebbe messo definitivamente fuori gioco, si è tolto una soddisfazione postuma. Un giornale ha parlato di sconfitta della demagogia forcaiola, altri – più compassati –hanno spiegato che il mercato non tollera vincoli di tipo moralistico. Non stupiamoci dunque se Tangentopoli è ripresa da dove l’avevamo lasciata 20 anni fa.
(13 mag)