“Vi immaginate quattro funzionari dell’Iri in un garage che si inventano Apple o Facebook? Affidereste allo Stato la scelta del tipo di robotica su cui puntare?”. Quando Francesco Giavazzi scriveva sul Corriere che non può funzionare l’illusione che lo Stato e la politica siano in grado di individuare i settori e le imprese che avranno successo, Mariana Mazzucato si dava da fare – accademicamente parlando – per dimostrato l’esatto contrario: e cioè che il miracolo della Silicon Valley non ci sarebbe stato senza gli ingenti investimenti guidati dal settore pubblico. Trovate questa tesi esposta nel libro “Lo Stato innovatore”, pubblicato in questi giorni da Laterza.
E mentre Giavazzi sostiene che i soldi pubblici messi a disposizione di chi installa pannelli solari sono un gigantesco spreco e un’enorme rendita a vantaggio di poche migliaia di fortunati, Mazzucato ribatte che tutte le tecnologie energetiche hanno avuto bisogno di un sostegno duraturo da parte dello Stato e che occorre investire sul futuro.
Giavazzi afferma – e qui siamo al punto – che la ripresa è possibile solo se si tagliano la spesa pubblica e di conseguenza le tasse. Così le aziende riprendono a investire. Mazzucato non crede affatto che la leva dello sviluppo sia la politica fiscale. Secondo lei gli investimenti che producono crescita nel lungo periodo non sono stimolati da una convenienza spicciola. Ma dalla percezione di opportunità future, opportunità tecnologiche e di mercato. Quanto ai tagli della spesa, producono non crescita ma ulteriore recessione senza investimenti pubblici nella aree chiave: istruzione, ricerca, formazione.
Giavazzi sostiene che la burocrazia è un ostacolo alla crescita. La sua collega trova assurdo che lo Stato delegittimi i propri impiegati e dirigenti. Giavazzi immagina che la Cassa Depositi e Prestiti possa garantire il credito alle piccole e medie imprese. Mazzucato crede che debba sostenere investimenti di lungo periodo in aree ad alto rischio dove il settore privato è restio a avventurarsi.
Più diversi di così è difficile.
(17 giu)