Ci sono nella storia recente sfumature di gusto che rischiano di passare inosservate ai commentatori politici, e valenze ideologiche che difficilmente coglie chi si interessa di gastronomia.
Mettere insieme alta cucina e bassa politica è l’impresa in un cui si è cimentata con successo Roberta Corradin, scrittrice e affermata critica gastronomica. Il titolo del suo libro è “La Repubblica del maiale” e non si tratta di una metafora.
Si chiamava infatti “Comunità del porcellino” il gruppo di padri costituenti, da Dossetti a La Pira, da Lazzati a Fanfani, che si ritrovavano a Roma al civico 14 di via della Chiesa Nuova. Si chiamava così perché un giorno Vittorino Veronese, all’epoca direttore delle Acli, portò in dono un maialino ripieno, e Fanfani un tagliere di legno a forma di porcello su cui aveva disegnato la caricatura di tutti i membri.
Quella, come oggi sappiamo, era alta politica, ed è davvero un peccato che l’immagine del porcello sia stata rovinata in epoche più recenti.
Cavalcando tra mode, passioni e illusioni gastronomiche, dalla Cristallina alla Nutella, dal lambrusco che sfida lo champagne all’aceto balsamico che compete con Chanel, dalla strategia dell’ipertensione alla tragedia adolescenziale della patapizza, Roberta Corradin incontra spesso la politica, dove il verbo mangiare si utilizza per indicare il furto di denaro pubblico e il ladro si chiama forchettone.
Ma adesso – osserva l’autrice – tutto sta cambiando. Complice la crisi, chi ha mangiato ha mangiato, chi ha bevuto ha bevuto, scordiamoci il passato. Forse sarà la volta che il popolo, lungamente anestetizzato da perlage, consistenze e brioche, uscirà per strada a reclamare il pane.
(1 lug)