L’autobiografia di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, comincia così: “Sono nato il 4 giugno 1972 a Palermo. Davanti alla casa di Ciancimino. Mentre giocavo a calcio nel cortile, forse Vito riceveva Bernardo Provenzano. Ho fatto le elementari dalle suore di Maria Schiminà, un ordine che non esiste, forse riciclavano denaro sporco”. Ecco, uno che ha questa memoria del proprio vissuto, e che ha deciso di darsi al cinema, è altamente probabile che decida di occuparsi di mafia. Ma come se ne è occupato Pif – con la sua storia commovente e divertente intitolata “La mafia uccide solo d’estate”, che ha segnato la stagione – poteva immaginarlo solo chi in questi anni ha seguito Pierfrancesco Diliberto nelle sue avventure da Iena su Italia 1 e poi da star di Mtv nella trasmissione “Il testimone”. Chi ha apprezzato l’irriverenza, l’ironia e spesso la genialità di quelle interviste, di quei viaggi con telecamera alla scoperta di suore un tempo cubiste, di matrone svernanti a Cortina, di eccentrici collezionisti d’arte, ha poi condiviso il vagabondaggio in compagnia del più famoso cacciatore di foche della Groenlandia, o l’incursione tra i megaricchi di Dubai, il tutto sapendo che avrebbe ritrovato quelle riprese amatoriali e quel montaggio grezzo, come fossero filmini girati al matrimonio, che la gente ama – spiega l’autore – perché la riavvicina alla realtà. Anche la mafia è stata raccontata da Pif con un approccio sarcastico, dunque il più sgradito ai diretti interessati, perché come ha scritto Pierangelo Buttafuoco sul Foglio, il tallone d’achille della mafia sono i fondelli e di essere presa per i fondelli , dove Pif la prende, la mafia non vuole saperne. Buttafuoco non scrive proprio fondelli, ma ci siamo capiti. (8 lug)