“IMMAGINI DALL’AFRICA”: GLI SCATTI DI CINQUE FOTOGRAFI ITALIANI
Nell’ambito del Festival Voci dal Deserto si ammirano, fino al 3 agosto, nel quadriportico chiostro dell’ex Ospedale Roncati, a Bologna, le “Immagini dall’Africa” di cinque fotografi italiani che offrono un viaggio affascinante negli aspetti più profondi del continente nero: dalle sorprendenti riprese di Pierluigi Rizzato, uno dei più grandi fotografi naturalisti, dalla savana del Serengeti alla transumanza dei Fulani di Gianni Giatti (una popolazione nomade che si sposta, seguendo il ritmo stagionale delle piogge, dai pascoli della Mauritania a quelli a sud del Mali e in Niger, con Diafarabè sul fiume Niger punto di incontro di tutte le loro mandrie) alla Vodoun ceremony di Iago Corazza e Greta Ropa per un uno spettacolare reportage tra le cerimonie occulte del Ghana, Togo, Benin e Burkina Faso. E ancora le foto di Ivano Adversi dedicate ai Dogon, popolo rimasto a lungo sconosciuto che vive nella impervia zona del Mali chiamata Falaise di Bandiagara, un tempo dimora dell’antico popolo di pigmei Tellem. Negli insegnamenti religiosi più segreti dei Dogon vi è la descrizione di una stella praticamente invisibile ad occhio nudo (Sirio B ma per questi indigeni Po Tolo) e assai difficile da osservare persino con l’aiuto di un telescopio, tanto che non ne esistevano fotografie prima del 1970. I Dogon asseriscono che tale conoscenza (rivelata all’etnologo francese Marcel Griaule negli anni ‘30) era stata loro insegnata da visitatori venuti da un altro sistema stellare.(PO / Red)
A ROMA IL “SOGNO DI VARSAVIA”
Nell’ambito di “In Polonia, cioè dove?” – progetto dedicato all’approfondimento della scena artistica contemporanea in Polonia – l’Istituto Polacco di Roma e la Fondazione Pastificio Cerere presentano la mostra “The Dream of Warsaw”, fino al 31 luglio, presso gli spazi della Fondazione. Il titolo richiama l’omonima canzone di Czeslaw Niemen, ma anche il film di Artur Zmijewski, (del 2005) presente in mostra, e lascia intuire il tema centrale del progetto: una riflessione sulla città di Varsavia e sulle sue trasformazioni. L’esposizione presenta le opere di dieci artisti polacchi – Miroslaw Balka, Janicka & Wilczyk, Agnieszka Kalinowska, Paulina Olowska, Aleksandra Polisiewicz, Katarzyna Przezwanska, Konrad Pustola, Joanna Rajkowska, Aleksandra Wsilkowska e Artur Zmijewski – i cui lavori esplorano la realtà visibile o celata di Varsavia: una città che si presenta oggi complessa, frammentaria, diversificata, contraddittoria, ma carica di uno straordinario potenziale di trasformazione. Il progetto è accompagnato inoltre da un programma di incontri che si svolgeranno al Maxxi per approfondire i temi affrontati nella mostra. La mostra si apre con la rielaborazione di un progetto pubblico che ha fortemente segnato Varsavia: l’Oxygenator di Joanna Rajkowska, una sorta di piccolo lago che l’artista ha collocato in un luogo della città ancora irrisolto, dove si trovano gruppi sociali, ordini e modelli architettonici diversi. Grazie all’oasi temporanea il luogo ha saputo esprimere un nuovo senso, manifestandosi non più come ingestibile coagulo di contraddizioni, ma come nuovo possibile punto di convergenza. (Red)
ESTATE CON IL “MITO FRIDA”
Due grandi mostre per raccontare il “mito Frida”. Frida Kahlo è protagonista fino al 31 agosto alle Scuderie del Quirinale a Roma e a Palazzo Ducale di Genova dal 20 settembre al 15 febbraio 2015. La mostra di Roma è la prima retrospettiva in Italia dell’artista messicana e presenta circa 130 opere tra dipinti e disegni che documentano l’intera carriera dell’artista. Spiccano oltre quaranta straordinari ritratti e autoritratti, tra cui il celeberrimo ʺAutoritratto con collana di spineʺ del ʹ40, mai esposto prima d’ora in Italia e immagine della mostra, l’“Autoritratto con vestito di velluto” del ‘26, dipinto a soli 19 anni, il suo primo autoritratto, eseguito per l’amato Alejandro Gòmez Arias con l’intenzione di riconquistarlo, dove il suo collo allungato recupera l’estetica di Parmigianino e di Modigliani. Non manca il famoso “corsetto in gesso” che tenne Frida prigioniera dopo un incidente e che dipinse ancor prima di passare ai ritratti – un pezzo unico che si credeva perduto fino a poco tempo fa. In mostra anche “Frida sulla panchina Bianca, New York, 1939” diventato poi una famosa copertina della rivista Vogue. E’ inoltre possibile ammirare accanto ai lavori di Frida Kahlo, in un unico e raro percorso espositivo, una selezione di opere degli artisti attivi in quel periodo che hanno ʺvissutoʺ fisicamente e artisticamente vicino a Frida Kahlo, dal marito Diego Rivera, presente con alcune opere significative quali ad esempio: ʺRitratto di Natasha Gelmanʺ del 1943ʺ, ʺNudo (Frida Kahlo)ʺ del 1930 e ʺAutoritrattoʺ del 1948; ad una selezione di artisti attivi in quel periodo quali: José Clemente Orozco, José David Alfaro Siqueiros, Maria Izquierdo e altri. (Red)
BARRY, MAESTRO DELL’ARTE CONCETTUALE
La Galleria Alfonso Artiaco di Napoli presenta fino all’1 agosto una mostra di Robert Barry (New York, 1936), uno dei padri fondatori dell’Arte Concettuale, che presenta per la sua terza personale nella galleria napoletana opere che continuano ad esplorare e investigare i diversi supporti materici. Le parole, strumento principale del suo lavoro, utilizzano varie superfici che vanno dalla carta al legno grezzo, dalla tela alle pareti stesse della galleria. La ricerca è puntata sulla “spazializzazione” delle parole, sulla relazione tra la parola ed il vuoto che la circonda. Superfici e parole pulite esercitano un fascino visivo mentre la lettura delle parole scelte dall’artista permette di entrare nei lavori e di appropriarsi del senso o dell’atmosfera che queste veicolano. Nelle quattro stanze che ospitano le opere dell’artista si avvicendano wall-pieces, floor-pieces, tele di grandi dimensioni e la nuova serie Incomplete su carta o su legno, che dà il titolo alla mostra. (Red)
MILANO OMAGGIA MENDES DA ROCHA
La Triennale di Milano presenta fino al 31 agosto la mostra “Paulo Mendes da Rocha” che presenta al pubblico italiano l’opera dell’architetto brasiliano insignito nel 2006 del Pritzker Prize per l’architettura e tra le massime figure dell’architettura contemporanea. L’esposizione cerca di collocare nella storia la produzione architettonica di Mendes da Rocha facendo emergere alcuni temi ricorrenti, utili a mettere in luce la rilevanza della sua opera. Partendo da alcuni concetti cardine, alla base della produzione dell’architetto – che l’architettura sia il luogo deputato a operare un’ampia trasformazione del territorio, a modificare la topografia e a veicolare cambiamenti di tipo infrastrutturale – la mostra racconta come Mendes da Rocha si sia confrontato con le varie tipologie architettoniche e quali siano i suoi interessi e i suoi principi di progettazione attraverso un percorso tematico. Grande attenzione è rivolta ai disegni: non solo agli impeccabili disegni tecnici dei progetti o agli schizzi a fondamento di questi progetti, ma anche ai disegni, sinora rimasti ignorati, su temi svariati, apparentemente lontani dall’architettura. Ai disegni si affiancano le fotografie, tanto quelle d’epoca quanto quelle realizzate negli ultimi anni appositamente per la monografia, a cura di Daniele Pisani, pubblicata da Electa. Saranno presenti anche alcuni plastici delle sue opere, tanto quelli d’epoca quanto quelli, fatti di semplici fogli di carta, che Mendes da Rocha in persona ha realizzato appositamente per la mostra. La mostra si avvale pertanto di una notevole mole di materiali originali, provenienti in larga parte (ma non solo: un plastico e un disegno, ad esempio, sono stati concessi in prestito dal Centre Georges Pompidou) dallo studio dell’architetto: 150 tra foto d’epoca, documenti, volumi dello studio e riviste d’epoca; oltre 200 disegni, compresi schizzi di piccolo formato; una decina di plastici; disegni digitali; foto attuali; una serie di video girati appositamente per la mostra; una serie di poltroncine Paulistano.(Red)
“TRA TERRA E MARE”, AL VITTORIANO UN’ ESPOSIZIONE RACCONTA IRENE PETRAFESA
Dal 17 luglio il Complesso del Vittoriano ospita Irene Petrafesa con la personale dal titolo “Tra terra e mare – Opere 2001-2014”, in programma in via di San Pietro in carcere fino al 7 settembre prossimo (orario 9.30 – 19.30; ingresso libero). L’ esposizione – che è stata patrocinata dalla Regione Lazio, da Roma Capitale, dal Presidente del Consiglio regionale della Puglia, dalla Provincia di Bari, dalla Provincia di BAT (Barletta, Andria e Trani) e dal Comune di Andria – offre la possibilità al grande pubblico di ammirare da vicino i lavori di un’ artista che ha raggiunto ormai da tempo un ruolo di primo piano nell’ arte contemporanea italiana e internazionale ottenendo riconoscimenti significativi. Pittrice poliedrica e dalla spiccata sensibilità, Irene Petrafesa è cresciuta in un contesto familiare sensibile all’ arte che ha notevolmente condizionato la sua successiva attività in un groviglio di percorsi emozionali scaturenti da un forte impulso alla creatività. Si tratta di tracciati che sono frutto di una ricerca interiore piuttosto emotiva e ricca di implicazioni sociali che trovano un retroterra autorevole in artisti come Pasolini, Moravia, Antonioni e Bertolucci, a buon diritto considerati dalla Petrafesa come suoi “padri spirituali”. Abile tanto nella sperimentazione quanto nella tecnica, questa pittrice è dotata di un talento multiforme e non comune, prodigioso e assolutamente originale, capace di esplodere in un’ arte che sa comunicare le sue più intime emozioni. “Materia, spazio, ricordo, istinto, immagini captate e sedimentate nella memoria – scrive la Petrafesa – vengono evocate nell’ atto creativo”. E, interessata come è a narrare non il reale immediato, ma l’ anima della realtà, la dimensione più oscura della vita, la magia delle cose, spiega: “Non descrivo quel che accade ma cerco di collocare me stessa e l’ osservatore nell’ evento, tentando di coinvolgerlo emotivamente, creando un effetto estetico seducente che lo inviti a lasciarsi trasportare dai propri sensi”.