Nella scuola materna statale Quadrifoglio, in via Bach, a Padova, quest’anno ci sono 65 bambini figli d’immigrati e un solo bimbo figlio di una coppia di padovani. Il presidente della Regione parla di “discriminazione nei confronti dei veneti” e osserva che “uno squilibrio così evidente di certo non aiuta la didattica che, a livello di scuola materna, non può essere uguale per un bambino veneto e uno nigeriano”. Ma è probabile che la didattica debba aggiornarsi. Perché sé vero che quello di Padova è un caso limite, esso non è certo l’unico: in tutte le scuole d’Italia, come è noto, il numero degli alunni italiani diminuisce e quello degli stranieri aumenta.
Negli ultimi cinque anni gli studenti stranieri nati in Italia sono cresciuti del 60% nelle scuole dell’infanzia (dove hanno raggiunto le 126mila unità, a partire dalle 79mila del 2007/2008) e nelle primarie (145mila), mentre sono più che raddoppiati nelle secondarie di primo grado e di secondo grado (dati Miur-Fondazione Ismu). Due terzi delle province italiane hanno almeno una scuola con un numero di alunni stranieri non inferiore al 50%.
Per quanto riguarda invece gli italiani, l’ultimo Rapporto annuale dell’Istat stima per il 2013 la nascita di appena 515 mila bambini, 12 mila in meno del 1995, l’anno in cui si ebbe il record negativo della natalità. Il tasso di fecondità totale è uguale a 1,42 figli per donna, un dato sensibilmente inferiore alla media dell’Unione Europea (1,58 con la Francia che sfiora il 2.00). Il professor Vittorio Filippi sul sito neodemos.it parla di “neocidio” per indicare il destino di una generazione doppiamente perduta. Perduta demograficamente perché “insufficientemente nata”; perduta (o sprecata) dal punto di vista sociale e formativo, e abbondantemente sottoutilizzata nel mercato del lavoro, con tutte le relative conseguenze in termini di reddito, di cittadinanza e di identità. Tra le conseguenze c’è che i giovani italiani non formano una famiglia e rimandano le scelte procreative, riducendo ulteriormente le nascite. (18 set)