Non cambia il Pil italiano, neanche dopo che da questo mese l’Istat, di concerto con Eurostat e con gli altri Istituti di statistica europei, ha adottato il nuovo Sistema europeo dei conti nazionali e regionali (Sec 2010): anche alla luce dei nuovi sistemi di rilevazione, il nostro Prodotto interno lordo vede una diminuzione, nel corso del 2013, dell’1,9% in volume, e dello 0,6% a prezzi di mercato. Rispetto ai dati diffusi a marzo 2014, calcolati sulla base del vecchio Sec 95, il livello del Pil nominale per l’anno 2013 è stato rivisto al rialzo del 3,8%. I tassi di variazione del Pil per gli anni recenti (dal 2009 al 2013) hanno, invece, subìto revisioni molto contenute. In particolare, il tasso di variazione del Pil in volume del 2013 è risultato identico a quello stimato a marzo 2014; quello relativo al 2012 è stato rivisto al rialzo da -2,4% a -2,3%. Un po’ diverso invece il discorso per deficit e debito pubblico: l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche, misurato in rapporto al Pil, è risultato pari a -2,8%, mentre l’ultima stima, definita in base ai criteri del Sec 95, era pari a -3,0%. L’avanzo primario espresso in rapporto al Pil risulta ora del 2,0%, con una revisione al ribasso di 0,2 punti percentuali. Dal lato della domanda nel 2013 si registra una caduta in volume del 2,3% dei consumi finali nazionali e del 5,4% degli investimenti fissi lordi, mentre le esportazioni di beni e servizi hanno segnato un aumento dello 0,6%. Le importazioni sono diminuite del 2,7%. A livello settoriale, il valore aggiunto ha registrato un calo in volume in tutti i principali comparti, ad eccezione dell’agricoltura, silvicoltura e pesca (+0,6%). Le diminuzioni sono state del 3,0% nell’industria in senso stretto, del 5,8% nelle costruzioni e dell’1,2% nei servizi. Dati che fanno sorridere la Coldiretti: “L’agricoltura è il solo settore che fa segnare una crescita del Pil ad un tasso del 0,6 per cento che è il doppio da quello registrato con il vecchio sistema di calcolo”), molto meno la Cgia, per la quale “se nel 2013 la pressione fiscale in Italia è scesa al 43,3 per cento, con un calo dello 0,5%, quella ‘reale’, che grava sui contribuenti onesti, che si misura togliendo dal Pil nominale il “peso” dell’economia non osservata, si colloca appena sotto il 50 per cento, attestandosi, secondo una nostra stima, al 49,4 per cento. Un carico fiscale spaventoso”. Poco da ridere anche per il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, per il quale “c’è un rallentamento generalizzato che sta investendo tutta l’ Europa, anche il Pil mondiale crescerà meno di quello che ci si aspettava. Purtroppo sono tutte cose che non sorprendono”. (Sis – 22 set)