Torna d’attualità l’idea di irrobustire gli stipendi rendendo subito disponibile la liquidazione, meglio nota come Tfr, trattamento di fine rapporto. Il Tfr vale ogni anno per tutti i lavoratori dipendenti tra i 25 e i 26 miliardi di euro. Il governo avrebbe intenzione di trasferire nelle buste paga il 50% di questa somma e di lasciare il restante 50% alle aziende. L’obiettivo è rilanciare i consumi.
La proposta non è nuova, ne parlarono l’ultima volta Bossi e Tremonti nell’agosto 2011. Poi non se ne fece nulla non solo perché il governo Berlusconi cadde ma anche per un’altra più decisiva ragione: i soldi del Tfr sono sì di proprietà dei lavoratori ma sono investiti nei fondi di previdenza integrativa oppure sono una posta contabile nelle casse delle aziende, che oggi come allora avrebbero qualche difficoltà a tirarli fuori tutti insieme.
Va detto che il Tfr è in buona misura un’anomalia italiana. Molti paesi incentivano il risparmio, nessuno lo impone regolando per legge la quantità di reddito che il lavoratore deve mettere da parte e stabilendone anche il rendimento
Quando, tre anni, si avanzò l’ipotesi di trasferire il Tfr in busta paga, sul sito lavoce.info si aprì un’animata discussione tra economisti. Quelli contrari alla proposta sostenevano che era assai imprudente eliminare una preziosa “ruota di scorta” in tempi di gravi difficoltà economiche e in un paese privo di un organico sistema di ammortizzatori sociali. Che le tasse, con l’aumento delle aliquote, si sarebbero mangiate buona parte del beneficio. Che l’effetto sarebbe stato devastante per le tante aziende che usano questa disponibilità per finanziare il circolante.
Il parere di chi invece era favorevole fu ben riassunto da questo messaggio di un anonimo lettore: vi assicuro che con la famiglia da mantenere, a me quei soldi tutti i mesi farebbero molto comodo. (25 – set)