Lo scontro sull’articolo 18 ha un forte valore simbolico e questo vale sia per chi vuole abrogarlo sia per chi vuole conservarlo. Gli uni e gli altri riconoscono che la sua abolizione non avrebbe grandi effetti concreti, almeno nell’immediato.
Non sarebbero comunque effetti misurabili perché non c’è una statistica che ci dica quante sono le cause di lavoro che ruotano attorno all’articolo 18. Non esiste infatti un codice identificativo per le cause di questo tipo, come accade invece per le separazioni o i divorzi. E’ una lacuna informativa a cui ha cercato di rimediare, sabato scorso, un approfondimento del quotidiano La Stampa, secondo cui nei primi sei mesi di quest’anno i tribunali del lavoro hanno discusso i casi di 8537 persone. Per quanto riguarda il passato, consultando gli unici dati disponibili, che sono quelli del ministero del Welfare, il giornalista Roberto Giovannini ha calcolato che dall’agosto del 2012 (data di entrata in vigore della riforma Fornero del mercato del lavoro) fino al giugno 2014, dunque nell’arco di due anni, sono passati per i meccanismi giudiziari previsti dalla legge poco più di 39 mila lavoratori. Di questi 39 mila licenziamenti individuali, circa i due terzi si sono risolti con un accordo extragiudiziale.
La Stampa ricorda che il licenziamento senza reintegro è già possibile per “giusta causa” (per esempio se il dipendente ruba) e per “giustificato motivo soggettivo” (per esempio se non lavora). Così come sono previsti i licenziamenti collettivi in caso di crisi aziendale.
In ogni caso, sembra ormai accertato che la questione di cui stiamo discutendo riguarda circa 17 mila persone l’anno. (30 set)