Non bastano 36 miliardi per tornare a far crescere il Paese. Non bastano perché la legge di stabilità varata dal governo Renzi “non ha misure anti-cicliche” e non va nella giusta direzione. Secondo il segretario confederale della Cgil Danilo Barbi infatti anche con la legge varata ieri dal Consiglio dei ministri “si continua a non capire il dato strutturale della crisi” ovvero che “la crisi italiana è una crisi di domanda e se si continua ad agire solo sulla richiesta non si ha effetto”. Per la Cgil, il vero problema è che l’Europa, e l’Italia, continuano ad aver paura dell’inflazione “sottovalutando il fatto che siamo già caduti in deflazione, che è molto peggio”. Barbi, relatore del corso di formazione su “La legge di stabilità: effetti nel breve e nel lungo periodo”, ricorda che “questo governo ad aprile 2014 ha fatto una programmazione di crescita sbagliata, con un errore in prospettiva di 50-53 miliardi”. Tanto è vero che “nel Def già vengono fatte delle ammissioni sul fatto che si è sottovaluto il rischio deflazione e sovrastimato l’effetto delle riforme strutturali”. Per quanto riguarda le misure varate ieri, il giudizio della Cgil è piuttosto negativo: intanto “c’è una restituzione fiscale non selettiva, che non orienta le imprese a fare meglio, che considera le imprese come lavoratori a basso reddito”. Certo, “c’è un taglio piuttosto significativo, e permanente, che riguarda l’Irap” ma non è detto che ciò induca davvero le aziende ad assumere perché “ci si dimentica che si assume quando uno pensa di produrre di più, e in deflazione questo non avviene”. La manovra di Renzi, spiega Barbi, contiene “un calo brusco di spesa pubblica e investimenti pubblici, che potrebbero portare all’aumento di tasse locali, nella sola speranza che aumentino gli investimenti privati: ma mentre il taglio a quelli pubblici è una certezza, quelli privati sono appunto solo una speranza, quindi il rischio di deflazione è altissimo. Non è vero che ora le imprese non hanno alibi, come dice Renzi: ce l’hanno eccome: è caduta la produzione perché sono caduti i consumi, e tu devi anche sostenere la domanda”. Insomma: “Voglio vedere l’anno prossimo l’uomo del tweet se le imprese non avranno investito cosa dirà: ‘Mi avete tradito? Non vi voglio più bene? Rivoglio indietro i soldi?’”. Il giudizio è negativo anche per quanto riguarda ciò che attiene i lavoratori: “C’è una riduzione di diritti” dall’articolo 18 all’abolizione per tre anni del pagamento dei contributi dei nuovi assunti (“Ma qualcuno dovrà pagarli, o i lavoratori si ritroveranno con meno contributi?”). Inutile anche l’inserimento della possibilità di avere il tfr in busta paga: “A meno che non sei disperato e pieno di debiti, che può capitare, non ha senso anticipare tre anni di Tfr”. Ma la critica principale è generale, sistemica: “Questa manovra non ha la forza di invertire il ciclo. Ma evidentemente il programma della Ue non è combattere il debito, perché altrimenti basterebbe favorire l’inflazione, ma svalutare il lavoro. E questo si sta facendo”. E quello che invece si dovrebbe, o si sarebbe dovuto fare? E’ presto detto: “Prevedere un deficit spending superiore allo 0,7% andando oltre il tetto del 3% previsto dalla Ue per almeno due anni, perché il contenimento al 2.2 come si era pensato sarebbe un crimine in un paese in deflazione”. E poi “sarebbe indispensabile una politica espansiva, e chiedere la revisione dei trattati europei. non si può dire di fare crescita con l’austerità, è come pensare di ingrassare mettendosi a dieta”. (Sis – 16 ott)