La Sars, l’infezione polmonare identificata per la prima volta dal medico italiano Carlo Urbani, che ad Hanoi sacrificò la propria vita per salvarne migliaia, causò nel 2003 poco più di 700 vittime e costò 6 miliardi di dollari. I conti li ha fatti il New York Times, che per l’Ebola prevede invece un esborso complessivo di 36,2 miliardi.
La cifra comprende anche gli investimenti delle grandi case farmaceutiche, impegnate nella messa a punto di un medicamento antivirale o di un vaccino che permetta di curare i malati. E’ una competizione planetaria nella quale per la prima volta si è messa in gioco anche la Cina. La Sihuan – azienda farmaceutica che ha forti legami con l’esercito – sta tentando di forzare i tempi per l’arrivo sul mercato del JK-05, farmaco attualmente autorizzato per le sole emergenze militari. Leggiamo su Quotidianosanità.it una notizia molto inquietante, e cioè che secondo gli analisti l’eventuale individuazione di un caso di Ebola in territorio cinese potrebbe ulteriormente accelerare il processo registrativo del farmaco.
Il profitto è un ottimo stimolo per la ricerca, ed Ebola è sicuramente un affare gigantesco. Ma l’epidemia si presta anche a speculazioni meno utili come, ad esempio, quelle politiche. Va per la maggiore – in Italia – la tesi secondo cui potrebbero essere portatori di contagio i migranti che sbarcano in Sicilia dopo aver attraversato il Mediterraneo. Ci sono molti motivi per augurarsi che il flusso si interrompa, ma tra questi per fortuna non c’è l’Ebola. La Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali ricorda infatti che la malattia ha un periodo di incubazione molto breve e da subito è altamente debilitante. Il viaggio dei migranti per arrivare in Sicilia è lungo mesi, via terra e via mare, ed è improbabile che un soggetto malato e che presenta febbre elevata, diarrea, vomito e manifestazioni emorragiche, possa affrontarlo. (20 ott)