L’industria italiana della moda produce all’estero quattro capi su 10. Nel segmento uomo e nella maglieria cinque su 10. Una parte significativa del made in Italy nasce dunque in Romania e nell’est europeo, nei paesi del Mediterraneo e in Asia, soprattutto in Cina. Venerdì per qualche ora è sembrato che anche la Piaggio fosse sul punto di portare all’estero il suo quartier generale, poi l’azienda ha smentito.
Ma se il fenomeno della delocalizzazione è noto, meno noto è il fatto che molti imprenditori ci hanno ripensato e stanno riportando gli stabilimenti a a casa. In gergo si chiama back-reshoring ed è monitorato da un gruppo di ricerca cui partecipano le università di Catania, L’Aquila, Udine, Bologna, Modena e Reggio Emilia.
Le ragioni per cui già una novantina di aziende hanno deciso di tornare in Italia sono più d’una. La prima è che la differenza salariale tra i Paesi occidentali e la Cina si sta gradualmente riducendo, mentre invece sono aumentati i costi di trasporto e di logistica. Una seconda ragione riguarda la qualità dei prodotti, perché un’asola fatta da una sarta italiana è una cosa che in Cina non si trova, come ama ripetere Luciano Fratocchi, professore di ingegneria gestionale all’università dell’Aquila e portavoce del gruppo che studia il fenomeno dei rimpatri.
Sulla decisione di rientrare influiscono anche altri fattori, come il risparmio doganale, la maggiore prossimità al cliente, il bisogno di avvicinarsi ai centri italiani di ricerca, cosa che sta a cuore soprattutto alle imprese del settore elettronico. E così, benché i numeri siano ancora modesti, il nostro paese si colloca al secondo posto, dopo gli Stati Uniti, per singole decisioni di ritorno.
Se il fenomeno prende piede, e se fisco e burocrazia fanno il possibile per non ostacolarlo, forse qualcuno può ritrovare il lavoro che ha perso. (10 nov)