250 anni fa Montesquieu scriveva che “qualche elemosina fatta a un uomo nudo per strada non basta ad adempiere gli obblighi dello Stato, il quale deve a tutti i cittadini la sussistenza assicurata, il nutrimento, un abbigliamento decente”. Si coglieva l’eco del Vangelo di Matteo e delle sue opere di misericordia: dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi. Nonostante queste solide e antiche radici, il principio di solidarietà oggi è in affanno, al punto che ci domanda come possa sopravvivere nella stagione della crisi economica, dell’individualismo, della globalizzazione, della scomparsa della stessa idea di prossimo.
Con il suo nuovo libro, Stefano Rodotà risponde che oggi più che mai la solidarietà è un’utopia necessaria, insieme idea-forza, capace di cambiare il mondo, e principio giuridico, capace di regolarlo secondo giustizia.
Convinto che se diventano difficili i tempi per la solidarietà, lo diventano pure per la democrazia, Rodotà elenca gli ambiti – numerosi – i cui la rinuncia al principio di solidarietà ha causato degrado e povertà. Cita l’errore commesso dall’Unione europea quando ha ritenuto, in nome delle politiche di austerità, di poter ignorare la Carta dei diritti fondamentali e le sue norme sui diritti sociali contenute proprio nel titolo dedicato alla solidarietà.
Cita Jurgen Habermas, secondo il quale solo la solidarietà può liberarci dall’odio tra paesi creditori e paesi debitori che sta alla radice dell’attuale crisi europea.
Propone che una quota significativa della ricchezza – misurata sul Pil o su altro – sia riservata alla spesa sociale, in un’ottica opposta a quella inglese che alla spesa sociale fissa invece un limite massimo. Propone di promuovere il minimo vitale a diritto fondamentale, come è accaduto in Germania. E a una politica che cerca consensi speculando sulla paura, ricorda il codice civile italiano del 1865, il quale sancì che i diritti spettano all’uomo come tale, non solo al cittadino.
Rodotà ammette che praticare la solidarietà oggi è difficile, ma fa presente che l’alternativa è la barbarie. (21 nov)