Nessuno ha capito perché la revisione della spesa si debba chiamare spending review e perché la legge sul lavoro si debba chiamare jobs act, nemmeno gli americani che infatti ironizzano – come è capitato di recente sul prestigioso sito Politico – su questo vezzo tutto italiano di pescare dall’inglese magici slogan.
Inglese a parte, la lingua della politica, che un tempo era colta, forte ed esclusiva, è diventata popolaresca, debole ed inclusiva. Come osserva Vittorio Coletti, accademico della Crusca, prima si cercava di parlare in pubblico meglio di come si mangiava, oggi ci si vanta di parlare come si mangia (col sottinteso che si mangia male). Indizio vistoso di queste novità è la consuetudine di nominare i leader col nome proprio (Matteo, Silvio, Beppe), “segno equivoco – scrive Coletti – di familiarità e devozione, di vicinanza e sudditanza”. E poi chi sarà il vero Matteo, quello di Firenze o quello sempre più arrembante di Milano?
Potere forte – italiano debole, riassume il linguista. C’è chi obietta che la schiettezza è una qualità e non va confusa con la banalizzazione, e chi fa notare che molta responsabilità del lessico politico è in realtà del giornalismo. Pare che Aldo Moro non abbia mai usato l’espressione “convergenze parallele” che gli viene attribuita e che fu invece coniata da Eugenio Scalfari per riassumere il disegno dello statista pugliese.
Nel fine settimana a Napoli si è svolto il convegno dell’ Associazione per la storia della lingua italiana, che quest’anno si occupava appunto del linguaggio dei politici. Studiosi e accademici hanno cercato di decrittare il non detto che si cela dietro i gufi e i vaffa, la rottamazione e l’inciucio e anche dietro quel pronome “noi” di cui la politica ha sempre fatto un grande abuso.
Per esempio: rimborseremo l’Imu, abbasseremo le tasse. Già, ma chi è il soggetto e alla fine, cioè, chi paga? (24 nov)