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A Napoli le bombe atomiche di Peter Greenaway

it@withub.it by it@withub.it
28 Novembre 2014
in Archivio speciali - Mostre
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A NAPOLI LE BOMBE ATOMICHE DI PETER GREENAWAY 

 

La cieca furia distruttiva dell’uomo attraverso 2201 esplosioni nucleari su un fronte e la cura minuziosa delle piccole produzioni artigianali sull’altro. L’assordante deflagrare atomico in processi di annientamento che durano pochi secondi e un senso quasi perduto del tempo nell’opera di vetrai, liutai, tessitori sulle varie sponde del Mediterraneo. Convivono questi due mondi – uno opposto all’altro – nelle due affascinanti installazioni video che il noto artista e filmaker Peter Greenaway e il celebrato collettivo artistico milanese Studio Azzurro propongono fino al 9 dicembre presso la Sala Dorica del Palazzo Reale di Napoli, nell’ambito del Forum Universale delle Culture di Napoli e della Campania. Per assistere a questa straordinaria installazione composta da due parti poste a intenzionale contrasto, gli spettatori si ritrovano su una sorta di zattera posta al centro della Sala Dorica, immersi in un vortice di immagini e di suoni. Le due opere – della durata complessiva di 43 minuti – si alternano continuamente nell’arco dell’intera giornata e fanno parte della rassegna “Non troverai altro luogo. Non troverai altro mare” curata per il Forum da Chèrif Kahznadar, poeta, scrittore e regista francese di origine siriana, presidente della Maison des Cultures du Monde di Parigi. Nell’installazione “Atomic bombs on the planet earth”, che a Napoli, per la prima volta è visibile nell’originale concept ideato dall’artista britannico, Greenaway cataloga 2.201 esplosioni atomiche registrate tra il 1945 e il 1989. Tutt’altre atmosfere caratterizzano invece l’installazione “Il colore dei gesti – Sinfonia Mediterraneo” realizzata da Studio Azzurro, il celebre gruppo di ricerca artistica di Milano che da più di vent’anni si esprime con i linguaggi delle nuove tecnologie, che si è formata nel corso dei viaggi del ciclo Meditazioni Mediterraneo filmando numerosi artigiani durante il loro lavoro: liutai, pescatori, sellai, fonditori, vetrai, cesellatori, vasai, tessitori, raccoglitori di olive, vinai, costruttori di barche, restauratori, bambolai, rilegatori, maniscalchi, conciatori.

 

LA RISCOPERTA DEL FIAMMINGO MEMLING

 

Si tiene fino al 18 gennaio alle Scuderie del Quirinale di Roma la mostra “Memling. Rinascimento fiammingo”, promossa dal ministero dei Beni e culturali e da Roma Capitale. Una monografica mai prima realizzata nel nostro Paese e la più vasta per numero di opere fuori da Belgio, che si inserisce nel solco delle grandi monografie nella sede espositiva romana, e che finalmente darà ragione delle qualità eccelse di questo artista che visse 59 anni, lasciando due figli, o forse due apprendisti e una cospicua eredità. Memling seppe operare una sintesi armoniosa, complessa e sommamente originale delle conquiste dei grandi fondatori dell’arte fiamminga e influenzare tanta parte dell’arte italiana da cui era stato a sua volta influenzato. Il progetto espositivo di Till-Holger Borchert, curatore del Memling Museum di Bruges, studioso di livello internazionale dell’arte fiamminga del XV secolo, da Van Eyck a Van der Weyden, riunisce una lunga serie di olii su tavola ed è la prima rassegna interamente dedicata all’artista e incentrata su ogni aspetto della sua opera e della sua carriera, dalle pale d’altare ai trittici portatili, ai dipinti devozionali, oltre ai famosi ritratti, genere in cui Memling seppe perfezionare lo schema campito su uno sfondo di paesaggio, che ebbe vasta diffusione e un forte influsso anche sulle opere di numerosi artisti italiani del primo Cinquecento. La mostra si propone inoltre di approfondire le forme di mecenatismo che fecero da propulsore per la carriera dell’artista. Più di tutti i suoi contemporanei, Memling divenne il pittore preferito della potente comunità di mercanti e agenti commerciali italiani a Bruges, diventando l’erede dei venerati maestri fiamminghi ormai scomparsi, Jan Van Eyck e Rogier van der Weyden. Fin dall’inizio della sua attività indipendente come pittore di tavole, Memling riuscì a creare una sintesi dei notevoli risultati di entrambi quei maestri, già tenuti nella più alta considerazione dalla nobiltà italiana e dalle élite urbane che ne fecero il loro pittore di riferimento. Oltre a capolavori di arte religiosa provenienti dai più importanti musei del mondo, tra cui dittici e trittici ricomposti per la prima volta in occasione della mostra come il Trittico Pagagnotti (Firenze, Uffizi; Londra, National Gallery), il Trittico di Jan Crabbe (Vicenza, Museo civico; New York, Morgan Library; Bruges, Groeningemuseum) o il monumentale Trittico della famiglia Moreel (Bruges, Groeningemuseum) che spettacolare fondale del percorso espositivo al primo piano, la mostra presenterà una magnifica serie di ritratti tra cui Ritratto di giovane dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Ritratto di uomo dalla Royal Collection di Londra – prestito eccezionale della Regina Elisabetta II -, il celeberrimo Ritratto di uomo della Frick Collection di New York nonché il magnifico Ritratto di uomo con moneta romana (ritenuto l’effigie dell’umanista Bernardo Bembo) proveniente da Anversa.

(red)

 

A MILANO UN “MOSTRO” DI VETRO

 

Fino al 6 gennaio a Villa Necchi Campiglio, bene del Fai (Fondo Ambiente Italiano) nel cuore di Milano, viene presentata la mostra “Arte del Vetro oggi in Italia” che presenta le creazioni di alcuni dei più importanti designer e scultori italiani e internazionali, espressione delle molteplici declinazioni del vetro. Per l’occasione Venini ha scelto di presentare alcune delle più belle produzioni recenti, tra cui il cavallino diafano di Alessandro Mendini, i vasi scultura di Tadao Ando, le bottiglie, di Matteo Thun, richiamo esplicito alle nature morte di Morandi, i vasi cinetici di Emmanuel Babled. Presentati anche i vasi di Massimo Micheluzzi, realizzati con una particolare tecnica di decoro a mosaico, le eccentriche sculture zoomorfe di Maria Grazia Rosin, sei bicchieri di Mario Botta dalla forma assoluta e i vasi con iridescenze di Franco Deboni. Non mancheranno gli oggetti più estrosi come gli imperatori di vetro di Ria Lussi e le proposte surreali di Koen Vanmechelen, presentato per questa mostra da Berengo Studio. Inoltre nel giardino della Villa è esposto “Il mostro della Laguna”, opera disegnata da Simona M. Favrin completamente ricoperta di squame di vetro fatte a mano dal maestro vetraio Nicola Moretti, lunga più di 6 metri, illuminata da un complesso meccanismo tecnologico. Importante l’apporto della Scuola del Vetro di Murano Abate Zanetti, presente con numerose opere di Giancarlo Signoretto. Inoltre in mostra saranno presentate le produzioni artistiche di ColleVilca Cristalleria, azienda storica toscana nella realizzazione di cristalli, e di Daniela Forti, artista toscana impegnata nella tecnica del vetro – fusione, selezionate per la mostra da ARTEX, Centro per l’Artigianato Artistico e Tradizionale della Toscana.

 

 

IN CALABRIA LA POP ART DI MIMMO ROTELLA

 

“La Pop-Art vuole promuovere, soprattutto tra i giovani, l’esempio di un uomo del Sud che circondato dal continuo brulichio della città urbana ricca di linguaggi espressivi vitali e spontanei, prese la sua strada trasformando ciò che intorno a lui c’era di più comune e anonimo in opere d’arte ricche di un’energia incontenibile in ogni singolo strappo”. E’ quanto si legge nella presentazione della mostra “Ci mancava qualche Rotella”, che presenta fino all’8 gennaio 10 opere di Mimmo Rotella alla galleria Studio Gallery di Lamezia Terme.

 

 

 

LA METAFISICA DI LUCIO DEL PEZZO

 

La Fondazione Marconi di Milano presenta, fino al 10 gennaio, un nucleo di opere di Lucio Del Pezzo comprese tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Napoletano per nascita e formazione, l’artista oggi 81enne si trasferisce a Milano dal 1960 e partecipa al fervente clima culturale della città, per poi stabilirsi a Parigi, dove abita nel vecchio studio di Max Ernst e il suo lavoro acquista nel giro di pochi anni un respiro internazionale. Il percorso creativo di Lucio Del Pezzo si dipana dall’evoluzione della figurazione neodadaista degli esordi a una geometria razionale di sapore metafisico. Le opere che l’artista elabora con accenti originali e con il gusto e la manualità dell’artigiano fanno parte di un linguaggio inconfondibile in cui convivono componente ludica e spirito metafisico. Il primo piano della Fondazione sarà dedicato alla scultura componibile Sagittarius con i relativi studi preparatori (1969) che richiamano il rigore e l’equilibrio propri dell’architettura per cui Del Pezzo nutre da sempre una passione. Il secondo piano invece ospiterà una selezione di lavori complementari che ben illustrano gli elementi distintivi che fanno parte del percorso artistico dell’artista e ne offrono un’interessante panoramica; dal Piccolo casellario del 1966, tecnica mista su tavola che fa presagire la graduale perdita delle due dimensioni pittoriche, al Casellario 40 elementi del 1974 con i suoi simboli solidificati che rimandano a una vita originaria, ai limiti dell’inconscio, passando attraverso la “saetta pittorica” di Les maîtres teinturiers (1966), e a quella scultorea di Arc en ciel et Zig-zag (1967), a Visual Box (1968) dove la dimensione del quadro tende sempre di più alla scultura divenendo rilievo, collage, con elementi presi dal vero e inseriti in un’atmosfera onirica carica di accenti surreali.

 

 

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