Sarà perché della globalizzazione vediamo solo i rischi, sarà perché lo spirito del tempo non prevede che sia il Nordafrica ad aiutare noi, fatto sta che si sono lette scarne cronache e non si è letto un solo commento sul fatto che un gruppo industriale algerino abbia acquistato le acciaierie di Piombino mettendo in salvo 2.200 posti di lavoro.
La Cevital – così si chiama l’azienda fondata dal signor Issad Rebrab – investirà 400 milioni di euro per costruire, tra l’altro, due forni elettrici da un milione di tonnellate ciascuno e una piattaforma agro-alimentare che dovrebbe portare a Piombino nuova occupazione, soprattutto femminile. L’acquisto non è stato ancora perfezionato perché vanno prima risolte alcune difficoltà burocratiche e procedurali. Speriamo bene.
Perché sono proprio le difficoltà amministrative che in Italia scoraggiano gli investimenti esteri. L’Istituto per la competitività ha censito 83 grandi progetti in sette diversi comparti di mercato – dall’energia alle telecomunicazioni, dalla farmaceutica ai trasporti – e ne ha concluso che molti – per un valore di 20 miliardi – rischiano di arenarsi per i conflitti tra le amministrazioni pubbliche che li devono autorizzare. Il rapporto cita alcuni casi-limite, come la tratta italiana del gasdotto Trans-adriatico. Il gasdotto misura 870 chilometri e la tratta italiana – in territorio pugliese e interamente interrata – è di 8 chilometri. Su questi 8 chilometri esercitano da anni il loro diritto di veto il Ministero dell’Ambiente, il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, la Regione Puglia, la Provincia di Lecce, la Soprintendenza, il comune di Melendugno e altri comuni limitrofi. Forse il gasdotto alla fine si farà, forse farà la fine della banda larga (con 10 miliardi di investimenti bloccati da un anacronistico regolamento sugli scavi stradali), o dei duemila posti di lavoro che l’industria farmaceutica promette di creare non appena in Italia sarà possibile registrare un farmaco in tempi non biblici. (28 nov)