Shimon Peres diceva che i sondaggi sono “un liquido che va annusato e non bevuto”, ma qualche indicazione di massima la forniscono. E i dati degli ultimi mesi sono quasi unanimi: se si dovesse votare oggi, l’affluenza sarebbe tra il 45 e il 55 per cento. Volendo essere ottimisti si può immaginare un 60 per cento.
Parte da questo presupposto la critica che il giurista Marco Cucchini riserva alla nuova legge elettorale. Tra i punti deboli dell’Italicum, Cucchini – nell’analisi affidata a lavoce.info – segnala le norme che regolano il ballottaggio e il premio di maggioranza. Considerando che – stando appunto ai sondaggi – nessun partito raggiungerebbe il 40 per cento dei voti, per l’attribuzione del premio si andrebbe quasi sicuramente al ballottaggio. Analizzando i dati di tutti i ballottaggi del passato si scopre che nel secondo turno c’è sempre stata una contrazione dell’affluenza, quando non un vero e proprio tracollo. Nelle amministrative 2014, ad esempio, i dati dei comuni capoluogo dove si è andati a ballottaggio mostrano un calo medio di votanti tra primo e secondo turno di circa un terzo. Ipotizzando un possibile comportamento analogo, al secondo turno delle politiche secondo il professore potrebbe votare una percentuale del 35-40 per cento.
A questo punto, il premio del 55 per cento verrebbe attribuito a una forza politica con un consenso reale attorno al 20 per cento, che così avrebbe la maggioranza della Camera e i numeri per eleggere gli organi di garanzia. Per evitare questo esito poco democratico, sarebbe stata sufficiente una clausola di non attribuzione del premio in presenza di un astensionsimo superiore al 50 per cento, assegnando dunque i seggi sulla base dei risultati del primo turno. Se ne sarebbe potuto discutere, ma il tempo ormai è scaduto.