La diplomazia mondiale lavora per evitare una guerra in Europa. Con questo drammatico e purtroppo realistico incipit Ugo Tramballi spiega ai lettori del Sole 24 Ore ciò che sta succedendo tra Washington, Parigi, Berlino e Mosca. Anche se sulle intenzioni di Washington qualche dubbio è lecito.
Per ora il nostro sistema dell’informazione stenta a modificare la propria gerarchia delle notizie, e il Patto del Nazareno continua a prevalere sull’Ucraina. Ma la ricreazione rischia di finire bruscamente.
L’ex segretario della Nato Rasmussen ha detto al Guardian che «è altamente probabile» che la Russia attacchi un Paese baltico per mettere alla prova la determinazione della Alleanza atlantica.
Putin è invece convinto che l’America intenda utilizzare Kiev per indebolire la Russia ma soprattutto per dividere e destabilizzare l’Europa. Sono comunque scenari da incubo. Li analizza l’ultimo numero del mensile Limes, in un volume che disegna un perimetro di conflitti incrociati, da ciò che resta della Libia a ciò che resta dell’Ucraina passando per Golfo e Mar Nero. Il tutto proiettato sullo sfondo della competizione fra Stati Uniti e Cina per il primato mondiale.
La cifra della geopolitica planetaria è oggi il disordine ed è un disordine che ci riguarda molto da vicino. A 4 anni dal breve fiorire delle primavere arabe, sette mesi dopo lo proclamazione del califfato islamico e il contemporaneo inizio del crollo del prezzo del petrolio, il nostro fronte sud è in via di pronunciata disintegrazione.
Tra i saggi ospitati da Limes ce n’è uno che riguarda la Libia. E’ dai tempi delle carneficine nei Balcani che non avevamo una guerra civile così vicino a casa. Ma dai Balcani – scrive Mattia Toaldo – non dovevamo temere tutto ciò che dovremmo temere dalla Libia: uno Stato fallito a due passi da casa, potenziale rifugio per organizzazioni criminali e terroristiche, potenziale buco nero dei nostri approvvigionamenti energetici, ennesimo esempio di intervento occidentale fallito. I pochi ma ottimi funzionari italiani che se ne occupano certo non sono confortati dell’interesse e dal sostegno dell’opinione pubblica. (9 feb)