Il 3 ottobre 2013 di fronte al naufragio di Lampedusa, con 336 eritrei morti, ci siamo detti che erano necessarie misure straordinarie per interrompere l’ecatombe. Invece, archiviata l’emozione, la silenziosa strage nel mare e nel deserto è ripresa come prima. Le vittime, oggi come allora, sono esseri umani colpevoli soltanto di cercare un posto sicuro dove vivere.
L’unica novità sono le modalità del supplizio. Questa volta 29 ragazzi sono morti di freddo.
Erano rifugiati, profughi, migranti forzati. Venivano forse dalla Repubblica Democratica del Congo, o dalla Somalia, o dal Mali, o dalla Siria. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, le guerre sono tante.
Pietro Bartolo, direttore sanitario di Lampedusa, dove sono stati condotti i 105 immigrati soccorsi da motovedette della Guardia costiera, è convinto che se fosse stata ancora operativa la missione militare Mare Nostrum questa tragedia forse si sarebbe evitata. Perché quel dispositivo avrebbe consentito alle navi della Marina di raggiungere i naufraghi, prenderli a bordo, metterli al riparo e ristorarli. Ora questo, dice il medico, è più difficile.
E’ della stessa opinione il sindaco di Lampedusa.
Anche il Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, è del parere che l’abolizione di Mare Nostrum sia stata un errore e torna a chiedere la creazione immediata di canali umanitari sicuri. (10 feb)