L’idea che si possa affidare il ministero delle infrastrutture e dei trasporti a un magistrato perché così stiamo tutti più tranquilli è deprimente. E non è meno sconfortante il fatto che un ministro antifurto venga definito un “tecnico”, quasi che la moralità e la decenza siano virtù professionali, proprie dei magistrati, un po’ come l’estimo per i geometri.
Per fortuna il diretto interessato, Raffele Cantone, ha liquidato con una battuta le indiscrezioni che lo vogliono tra i possibili successori di Lupi, dicendo di attendersi un incarico anche per il Festival di Sanremo e per Miss Italia.
Cantone – ha scritto il nuovo direttore del Foglio , Claudio Cerasa – sta diventando il passepartout della moralità, l’etichetta militante del galantomismo, la figurina con cui il Pd renziano dà di gomito all’opinione pubblica. Il rischio è che diventi una regola l’eccezione del magistrato che aiuta la politica a ritrovare la sua moralità.
C’è il caso di Venezia, dove dopo lo scandalo del Mose l’ex magistrato Felice Casson stravince le primarie per il nuovo sindaco. C’è il caso di Roma, dove dopo lo scandalo Mafia Capitale Marino organizza un maxi rimpasto e come assessore alla Trasparenza nomina il magistrato Alfonso Sabella. Stessa cosa a Firenze, dove il sindaco Nardella sceglie come consigliere l’ex procuratore capo della Repubblica Giuseppe Quattrocchi. A Milano scoppia lo scandalo Expo, e il governo mette l’esposizione universale sotto la tutela del commissario nazionale anticorruzione. Ma è lo stesso Cantone, nel libro scritto con Gialuca Di Feo intitolato “Il male italiano”, a spiegare che lui e i colleghi magistrati sarebbero ben lieti di restituire alla politica i suoi poteri e le sue responsabilità se solo la politica sapesse prevenire il malaffare e far pulizia da sola, senza attendere l’intervento del giudice.
Sembra evidente che un magistrato alla guida del ministero che si occupa di strade e ferrovie sarebbe una resa senza condizioni allo strapotere della corruzione. (24 mar)